Sono da poco uscito dalle tenebre che mi hanno oppresso per tutto il mese di dicembre. Cosi' ho passato un po' di tempo a leggere i vari simpatici post del mese della Natività e mi sono messo a pensare. Un mese interessante non vi e' alcun dubbio. Mi sono perso stimolanti "polemiche" e vari voli pindarici. Un inciso, tanto per sgombrare il campo da fraintendimenti: per me la parola "polemica" ha poco o niente di negativo; trovo invece che dalle "polemiche", certo quando non sono cieche, nasce conoscenza (altra parola che meriterebbe una "polemica" a parte).
Tornando al discorso, ho notato con piacere le dissertazioni profetiche, che apprezzo molto, proprio perche' offrono spunto a riflessioni. Adesso volevo esprimere una di queste riflessioni che si e' affacciata biricchina alla mia mente. Concordo in molto dello scritto del profeta, solo sento un po' di disagio quando l'imperativo, o comunque la forma retorica esortativa, supera di molto l'indicativo. Penso che ognuno di noi abbia passato strani momenti nella propria esistenza mortale. Non sempre ci siamo comportati come avremmo voluto. Frustrazioni e rimpianti fanno parte della vita dell'Uomo dal peccato originale in poi. Penso che ognuno vive al meglio che puo' e ognuno dovrebbe guardare ai difetti degli altri come specchio dei propri.
Non sono credente, ma il cristianesimo mi ha sempre affascinato, in particolare per un bellissimo concetto: la compassione, intesa proprio come compartecipazione del dolore (cazzo che concetto profondo).
Detto questo, naturalmente preciso che sono MOLTO lontano da fare come ho detto, ma mi rifugio codardamente nel pensiero dello stoico Seneca (che ne sapeva una piu' del diavolo).
mercoledì 30 gennaio 2008
Il cognato di vomito
Vomito è un brav’uomo, non è bello e neanche di buone maniere ma è d’animo gentile. Un bonaccione, uno che prende a cuore tutti anche gli sfigati come il Profeta. Purtroppo prende a cuore proprio tutti e nei tutti c’è stato anche il losco. Il losco è un essere ripugnante. Fisicamente, non fosse per gli scarafaggi che popolano la sua chioma, sarebbe anche un bell’uomo ma intellettualmente fa veramente cagare! Un approfittatore, uno sfasciafamiglie, insomma un reietto della società. Cosa ci farà mai un brav’uomo come Vomito con un insulso comunista con i soldi degli altri come il losco?
Le disgrazie non vengono mai da sole, nella migliore delle ipotesi vengono a coppia, come accadde a Vomito anni fà. E sì! Perchè il losco ha due sorelle! Due gemelle eterozigote! Clara e Laria.
Una Bella! Maaaah Bella! L’altra……. Brutta. Ma Brutta!!!!!!!!!
Le due ragazze, che con il losco per loro fortuna non ci azzeccavano niente, avevano vissuto una vita sana e rispettosa, tutto il contrario dell’insulso fratello. Le due fanciulle frequentavano il liceo classico. Tutto accadde durante la gita del quinto superiore. A quel tempo Vomito era un giovanotto alle prime armi, era da poco stato inizato all’arte del vino; ma come si dice: il buon giorno si vede dal mattino. Vomito prometteva veramente bene, si prospettava per lui una carriera folgorante! Già alla tenera età di 19 anni la prima partecipazione a “Mr. Bevanda” lo aveva proclamato “Lo Re”. Mr. Bevanda, una competizione che ha luogo a Longi un paesino del Messinese, ancora oggi è il titolo più ambito dai bevitori di tutto il mondo.
Tornando alle due gemelle Clara e Laria, ecco cosa accadde. La gita del quinto superiore ebbe luogo in quel di Firenze. Gia! Firenze! Una delle più belle se non la più bella città italiana. Chi non ha fatto follie alla gita del quinto superiore? Clara e Laria non fecero eccezzione. Perchè fermarsi a scrutare solo Firenze?. Le ragazze decisero di farsi tutta la Toscana! D’altronde avevano seguito degli studi classici. Come le si poteva condannare se, prese dalla furia ormonale delle fanciulle di quell’età, avevano deciso di far proprie le storie, le arti e soprattutto i mestieri più antichi del mondo. Una notte, le due genuine ragazze, che mai avevano conosciuto il nettare degli dei, scapparano dall’”Hotel Casazza”, dove risiedevano, spingendosi fino in un antica osteria di tradizione centenaria: l’”Osteria della toppa”. Le giovani fanciulle, ignare degli effetti del nettare divino, “si ritrovarano in una selva oscura che la diritta via era smarrita”, già dopo il terzo risucchio. Eh sì! erano così “inesperte” che decisero di bere il divin nettare direttamente dalla cannuccia. Passarano pochi minuti; le due ragazze furono travolte dal martellante ritmo pneumatico dei suonatori etnici che frequentano le osterie toscane: le fisarmoniche, le chitarre i mandolini le conivolsero in una avvinghiante ballata; un’ammucchiata, altro che discoteca.
Le gemelle avevano studiato al conservatorio ed oltre all’orecchio possedevano anche la tecnica. Sentirle suonare il clarinetto era un idillio e non fu difficile dimostrare il loro talento duettando alla zampogna.
Si esibirono in: “La Primavera” di “Vivaldi”. Un’orchestra! Una sinfonia! Si sa che gli uccelli in primavera cinguettano, ma quella notte sembravano tutti usignoli, tanto che alla fine si commossero del loro stesso canto finendo in lacrime. La “Primavara” di “Vivaldi” era sfociata in una nuova opera: “Il Pianto degli Uccelli” di “le sorelle del losco”.
Di quella sera nessuno dice di ricordare. Chi c’era, era ubriaco per sua stessa ammissione e quindi per la legge incapace di intendere e di volere. I fatti purtroppo restano. All’”Osteria della toppa” c’era anche Vomito, giovane ed inerme di fronte al nettare divino.
Nel frattempo, all’”Hotel casazza” qualcuno si accorse dell’evasione delle gemelle. Il il Prof. Sventracapra, docente di scienze biologiche, accortosi nella notte che le due ragazze non erano in camera ed astinenetemente preoccupato aveva iniziato a cercarle. Le trovò il mattino seguente che giacevano nel fienile dell’”osteria della toppa” ignude assieme a Vomito, ad un toro ed ad un asino scecchigno.
La legge di Murphy ammonisce: “Se una cosa può andare male, lo farà”. Il corollario è anche peggio: “Se una cosa ha vari modi per andare male, sceglierà il peggiore”. Così fu. Una delle gemelle era stata ingravidata! Difficile dire da chi, a quel tempo non c’era neanche l’esame del DNA.
Gli animalisti difesero a spada tratta il toro e l’asino scecchigno.
Quale gemella? Eh si!!!! proprio Laria la brutta. Purtroppo per Vomito, questa volta il nettare oltre che divino era stato anche fatale.
Non mi stancherò mai di dirlo Vomito è veramente un brav’uomo. Non esitò affatto e sposo Laria la primavera successiva. Gli uccelli in realtà avevano cominciato a cantare ed a piangere molto prima. Infatti per lavare l’onta del disonore, bisognava trovare un marito anche per Clara. Il Prof. Sventracapra, personcina per bene e di nobile casata, si propose e fu benevolmente accolto dalla famiglia del losco. A presenziare le cerimonie nuziali fu Don Bastiano, un prete scomunicato a causa delle sue malsane tendenze sessuali. Don Bastiano nonostante la scomunica non aveva mai smesso di diffondere il verbo. Aveva preso dimora in quel di Firenze, nei pressi di Via Dos, creando una diocesi di cui si era anche proclamato arcivescovo. Don Bastiano prese a cuore tanti aitanti giovani disadattati fondando una comunità che ancora oggi fa proseliti in tutto il mondo: “La comunità di Via Dos”.
La comumità di Via Dos era composta da giovani, docili e gentili nonostante il loro aspetto spartano. Erano stranamente tutti alti, muscolosi e prestanti; ammesso che si potesse fare una distinzione, era veramente difficile discernere i maschi dalle femmine.
Il losco, che a quel tempo non aveva ancora maturato una propria identità sessuale, fu subito affascinato dai “membri” della comunità. Si unì subito a loro, affezionandosi in particolare ad un tale Alfio Sguainanervo. Per entrare a far parte della comunità, bisognava però superare un rito di iniziazione presieduto da Don Bastiano in persona. Il padrino era scelto dall’iniziando fra gli appartenenti alla comunità. Il losco scelse senza esitare l’amico Sguainanervo. Il rito di iniziazione consisteva in quanto segue: mentre Don Bastiano si faceva una fiorentina al sangue con l’osso, tutti gli appartenenti alla comunità, uno massimo due alla volta, dovevano fare altrettanto con l’iniziando. Il padrino godeva dello jus primae noctis. Per il losco l’inizio dell’iniziazione fu veramente duro, poi svenne e di ciò che accadde dice di non ricordare nulla. Il mattino seguente si risveglio per primo. Un dolore pungente attraversava tutto il suo esile corpo. Una fitta lo attanagliava dal duodeno alla gola. Tutti i membri della comunità di Via Dos, con angelica espressione, dormirono sereni e soddisfatti ancora per parecchie ore.
Una volta entrati a far parte della comunità era difficile uscirne; il losco, poi, era il più tenero di tutti: pelle delicata, guanciotte rosa, glutei bianchi; agli occhi degli altri sembrava una bistecca fiorentina al sangue con l’osso buco. Fu solo grazie al prezioso e tempestivo intervento di Vomito che, spinto dalle amorevoli pressioni di Laria, intercedette con Don Bastiano affinche liberasse il losco dai voti presi. Vomito, a titolo di ringraziamento, si impegno a versare a Don Bastiano 600 otri di vino, 300 pezze di pecorino e 1800 forme di pane casereccio l’anno, per 5 anni. Una disgrazia, praticamente il 50% dei prodotti della fattoria di Vomito.
Non mi stanco ancora a dirlo: Vomito è veramente un brav’uomo; invece di vedere il bicchiere mezzo vuoto, lo vedeva mezzo pieno. Per non fare andare la fattoria in malora, Vomito restava a lavorare nei campi anche di notte; sempre meglio che tornare a casa dove ad aspettarlo c’erano le amorevoli attenzioni di Laria.
Il losco da allora si sente in debito con il cognato!
Eh già! perchè?
Vomito teneva il losco sotto braccio quando tutti, imitando Nelson, non facevano altro che puntargli l'indice al petto proferendogli: “AhAh! AhAh! AhAH! AhAh! AhAh!……….”
Vomito era accanto al losco quando tutti l’avevano abbandonato su una panchina fredda di Via Dos!
Vomito su quella panchina fredda non aveva esitato a riscaldarlo, spendendo il residuo calore delle sue mani, quando le uniche parole che il losco riusciva a proferire erano: “sento freddo, sento freddo, sento freddo”.
Vomito, su quella panchina fredda, gli faceva i giochi di prestiggio facendo uscire le conigliette dal cilindro!
Ma questa è un’altra storia!
Le disgrazie non vengono mai da sole, nella migliore delle ipotesi vengono a coppia, come accadde a Vomito anni fà. E sì! Perchè il losco ha due sorelle! Due gemelle eterozigote! Clara e Laria.
Una Bella! Maaaah Bella! L’altra……. Brutta. Ma Brutta!!!!!!!!!
Le due ragazze, che con il losco per loro fortuna non ci azzeccavano niente, avevano vissuto una vita sana e rispettosa, tutto il contrario dell’insulso fratello. Le due fanciulle frequentavano il liceo classico. Tutto accadde durante la gita del quinto superiore. A quel tempo Vomito era un giovanotto alle prime armi, era da poco stato inizato all’arte del vino; ma come si dice: il buon giorno si vede dal mattino. Vomito prometteva veramente bene, si prospettava per lui una carriera folgorante! Già alla tenera età di 19 anni la prima partecipazione a “Mr. Bevanda” lo aveva proclamato “Lo Re”. Mr. Bevanda, una competizione che ha luogo a Longi un paesino del Messinese, ancora oggi è il titolo più ambito dai bevitori di tutto il mondo.
Tornando alle due gemelle Clara e Laria, ecco cosa accadde. La gita del quinto superiore ebbe luogo in quel di Firenze. Gia! Firenze! Una delle più belle se non la più bella città italiana. Chi non ha fatto follie alla gita del quinto superiore? Clara e Laria non fecero eccezzione. Perchè fermarsi a scrutare solo Firenze?. Le ragazze decisero di farsi tutta la Toscana! D’altronde avevano seguito degli studi classici. Come le si poteva condannare se, prese dalla furia ormonale delle fanciulle di quell’età, avevano deciso di far proprie le storie, le arti e soprattutto i mestieri più antichi del mondo. Una notte, le due genuine ragazze, che mai avevano conosciuto il nettare degli dei, scapparano dall’”Hotel Casazza”, dove risiedevano, spingendosi fino in un antica osteria di tradizione centenaria: l’”Osteria della toppa”. Le giovani fanciulle, ignare degli effetti del nettare divino, “si ritrovarano in una selva oscura che la diritta via era smarrita”, già dopo il terzo risucchio. Eh sì! erano così “inesperte” che decisero di bere il divin nettare direttamente dalla cannuccia. Passarano pochi minuti; le due ragazze furono travolte dal martellante ritmo pneumatico dei suonatori etnici che frequentano le osterie toscane: le fisarmoniche, le chitarre i mandolini le conivolsero in una avvinghiante ballata; un’ammucchiata, altro che discoteca.
Le gemelle avevano studiato al conservatorio ed oltre all’orecchio possedevano anche la tecnica. Sentirle suonare il clarinetto era un idillio e non fu difficile dimostrare il loro talento duettando alla zampogna.
Si esibirono in: “La Primavera” di “Vivaldi”. Un’orchestra! Una sinfonia! Si sa che gli uccelli in primavera cinguettano, ma quella notte sembravano tutti usignoli, tanto che alla fine si commossero del loro stesso canto finendo in lacrime. La “Primavara” di “Vivaldi” era sfociata in una nuova opera: “Il Pianto degli Uccelli” di “le sorelle del losco”.
Di quella sera nessuno dice di ricordare. Chi c’era, era ubriaco per sua stessa ammissione e quindi per la legge incapace di intendere e di volere. I fatti purtroppo restano. All’”Osteria della toppa” c’era anche Vomito, giovane ed inerme di fronte al nettare divino.
Nel frattempo, all’”Hotel casazza” qualcuno si accorse dell’evasione delle gemelle. Il il Prof. Sventracapra, docente di scienze biologiche, accortosi nella notte che le due ragazze non erano in camera ed astinenetemente preoccupato aveva iniziato a cercarle. Le trovò il mattino seguente che giacevano nel fienile dell’”osteria della toppa” ignude assieme a Vomito, ad un toro ed ad un asino scecchigno.
La legge di Murphy ammonisce: “Se una cosa può andare male, lo farà”. Il corollario è anche peggio: “Se una cosa ha vari modi per andare male, sceglierà il peggiore”. Così fu. Una delle gemelle era stata ingravidata! Difficile dire da chi, a quel tempo non c’era neanche l’esame del DNA.
Gli animalisti difesero a spada tratta il toro e l’asino scecchigno.
Quale gemella? Eh si!!!! proprio Laria la brutta. Purtroppo per Vomito, questa volta il nettare oltre che divino era stato anche fatale.
Non mi stancherò mai di dirlo Vomito è veramente un brav’uomo. Non esitò affatto e sposo Laria la primavera successiva. Gli uccelli in realtà avevano cominciato a cantare ed a piangere molto prima. Infatti per lavare l’onta del disonore, bisognava trovare un marito anche per Clara. Il Prof. Sventracapra, personcina per bene e di nobile casata, si propose e fu benevolmente accolto dalla famiglia del losco. A presenziare le cerimonie nuziali fu Don Bastiano, un prete scomunicato a causa delle sue malsane tendenze sessuali. Don Bastiano nonostante la scomunica non aveva mai smesso di diffondere il verbo. Aveva preso dimora in quel di Firenze, nei pressi di Via Dos, creando una diocesi di cui si era anche proclamato arcivescovo. Don Bastiano prese a cuore tanti aitanti giovani disadattati fondando una comunità che ancora oggi fa proseliti in tutto il mondo: “La comunità di Via Dos”.
La comumità di Via Dos era composta da giovani, docili e gentili nonostante il loro aspetto spartano. Erano stranamente tutti alti, muscolosi e prestanti; ammesso che si potesse fare una distinzione, era veramente difficile discernere i maschi dalle femmine.
Il losco, che a quel tempo non aveva ancora maturato una propria identità sessuale, fu subito affascinato dai “membri” della comunità. Si unì subito a loro, affezionandosi in particolare ad un tale Alfio Sguainanervo. Per entrare a far parte della comunità, bisognava però superare un rito di iniziazione presieduto da Don Bastiano in persona. Il padrino era scelto dall’iniziando fra gli appartenenti alla comunità. Il losco scelse senza esitare l’amico Sguainanervo. Il rito di iniziazione consisteva in quanto segue: mentre Don Bastiano si faceva una fiorentina al sangue con l’osso, tutti gli appartenenti alla comunità, uno massimo due alla volta, dovevano fare altrettanto con l’iniziando. Il padrino godeva dello jus primae noctis. Per il losco l’inizio dell’iniziazione fu veramente duro, poi svenne e di ciò che accadde dice di non ricordare nulla. Il mattino seguente si risveglio per primo. Un dolore pungente attraversava tutto il suo esile corpo. Una fitta lo attanagliava dal duodeno alla gola. Tutti i membri della comunità di Via Dos, con angelica espressione, dormirono sereni e soddisfatti ancora per parecchie ore.
Una volta entrati a far parte della comunità era difficile uscirne; il losco, poi, era il più tenero di tutti: pelle delicata, guanciotte rosa, glutei bianchi; agli occhi degli altri sembrava una bistecca fiorentina al sangue con l’osso buco. Fu solo grazie al prezioso e tempestivo intervento di Vomito che, spinto dalle amorevoli pressioni di Laria, intercedette con Don Bastiano affinche liberasse il losco dai voti presi. Vomito, a titolo di ringraziamento, si impegno a versare a Don Bastiano 600 otri di vino, 300 pezze di pecorino e 1800 forme di pane casereccio l’anno, per 5 anni. Una disgrazia, praticamente il 50% dei prodotti della fattoria di Vomito.
Non mi stanco ancora a dirlo: Vomito è veramente un brav’uomo; invece di vedere il bicchiere mezzo vuoto, lo vedeva mezzo pieno. Per non fare andare la fattoria in malora, Vomito restava a lavorare nei campi anche di notte; sempre meglio che tornare a casa dove ad aspettarlo c’erano le amorevoli attenzioni di Laria.
Il losco da allora si sente in debito con il cognato!
Eh già! perchè?
Vomito teneva il losco sotto braccio quando tutti, imitando Nelson, non facevano altro che puntargli l'indice al petto proferendogli: “AhAh! AhAh! AhAH! AhAh! AhAh!……….”
Vomito era accanto al losco quando tutti l’avevano abbandonato su una panchina fredda di Via Dos!
Vomito su quella panchina fredda non aveva esitato a riscaldarlo, spendendo il residuo calore delle sue mani, quando le uniche parole che il losco riusciva a proferire erano: “sento freddo, sento freddo, sento freddo”.
Vomito, su quella panchina fredda, gli faceva i giochi di prestiggio facendo uscire le conigliette dal cilindro!
Ma questa è un’altra storia!
Il co(g)nato di Vomito
E’ risaputo: il Profeta di vino non ne capisce nulla! Il suo carnet alcolico spazia dai succhi al lampone allungati col gin, passa attraverso una variegata lista di birre scadenti, per finire ai cocktail di terza categoria (…quelli che si bevono alle feste di laurea, per capirci!). Coinvolto dai vapori alcolici entra quasi sempre in uno stato di orgasmo orale! I suoi amici lodano, ogni volta che ne hanno l’opportunità, i discorsi tenuti dal Profeta in stato di ebbrezza. “Peccato..”, dicono “..che non riusciamo mai a cogliere il senso di quelle parole sconnesse..”. Ebbene sì, il nostro caro amico, si prodiga a riempire la sua cavità orale con chili e chili di carne acciambellata! Indi per cui i suoi pensieri sono sempre declassati a banali gemiti e a frasi storpie, mentre gli amici lo incitano con slogan tipo:SUCA SUCA.
Lo incitano a battere il record! E una sera, era lì per lì a batterlo! Dopo la abituale lavanda gastrica del sabato sera, il medico di turno disse agli amici: “Ragazzi, un altro pò è si riempiva una lattina di coca cola! Mi dispiace ma ancora il record resta ad Aristide!”. Ci siamo informati: Aristide alla anagrafe Melu Sebbaggiu, e un noto trans locale che disputa gare bizzare, come la succitata “succhia fino al midollo!”. Il senso della gara è arrivare al pronto soccorso carichi carichi di liquido seminale nello stomaco, farselo togliere con iniezioni di acqua e aceto e misurare, in lattine di coca cola, la quantita ingerita.
Ma non divaghiamo! Il Profeta di vino non ne capisce nulla! Un giorno ebbe la fortuna di recarsi in Toscana, il motivo era: incontrare un vecchio collega, disperso da tre anni sull’isola di Cuba, e persuaderlo a non cambiare nazionalità. Vani furono i tentativi, Il kamikaze (il collega), rivide con piacere la faccia di cazzo del Profeta e girando le spalle gli gridò: “…il tuo Kant, la raggion d’essere e Freud, schiaffateli in culo. Non mi servono dove sto andando!”
La primavera Toscana, il verde delle sue ondulate campagne, l’odore dei boschi rapirono il Profeta, il quale decise di fermarsi in quella parte d’italia, il tempo necessario per carpire i segreti del vino a qualche viticultore locale. Abbandonò a piedi il mondo cittadino e s’incamminò verso i boschi, cantando una canzonetta allegra: “…cu tu dissi ca non ti vogghiu, fatti lu pagghiareru ca ti pigghiu…”. Dopo un centinaio di metri scoprì un piccolo sentiero che deviava dalla strada maestra.
All’angolo tra la strada maestra e il sentiero, vi era infisso per terra un cartello con la scritta: “la cascina del fungo”. Da quel punto, il Profeta si mise a mirare verso il luogo indicato dal cartello: distinse tra il verde e i cespugli una macchia nera: “..deve essere la cascina del fungo!” pensò! Imboccò il sentiero e dopo solo mezz’ora di cammino giunse alla cascina. L’accoglienza fu delle migliori, una donna robusta lo accompagnò dentro e lo fece accomodare. Le figlie della donna, due statue di Venere, apparecchiarono la tavola e portarono al pellegrino pietanze a base di fungo, facendo intendere che dopo l’abbuffata, l’ospite si sarebbe recato al piano di sopra per un riposino particolare. Così fù! Il Profeta si mosse verso le scale deambulando, salì i gradini con affanno e raggiunto il piano superiore, si mosse tra gli assi scricchiolanti dell’impiantito come se fosse un elefante ubriaco. C’è da dire che il nostro eroe, non aveva esagerato col vino della cascina, ma provava lo stesso la sensazione di euforico collasso, infatti si collassò sul letto e dormì per giorni. Quando riaprì gli occhi si accorse di essere imprigionato in una soffitta buia e di percepire solo uno spiraglio di luce da una fessura e dalla quale riusciva anche a cogliere alcune frasi tipo: “Ora lo sodomizziamo per bene..”, “..voglio proprio vedere come fa il cavallo di zio ad entrare nel forestiero..”, “..si si facciamolo!”….
Quello che accadde non si seppe mai. Molte voci discordanti sulla vicenda, ma tutte che convenivano sul fatto che quel cavallo sodomizzò il nostro Profeta! Passarono settimane e dopo una lunga degenza, il Profeta ritornò sui suoi passi. La meta era una azienda vinicola sita dietro una collina. Strano ma vero, incontrò ai piedi della collina un contadino con un somarello. Così come a cuba, anche nel bel mezzo della campagna toscana, i contadini sono cordiali: aiutò il Profeta a superare la collina. I tre erano così disposti: Il contadino sul somarello, il Profeta dietro aggrappato alla coda della bestia, che spuntava, diversamente dagli altri suoi simili, direttamente dal centro delle cosce ed era poco pelosa e molto viscida. Solo dopo 20 km, i tre avevano coperto la salita e si stavano preparando a scendere dolcemente verso la valle, solo dopo tutti quei chilometri il Profeta si accorse che si era aggrappato al membro dell’asinello. Calò la notte e i tre bivaccarono attorno ad un fuoco ristoratore, si cibarono di formaggio e bevvero vino. Ma quando si conciarono per dormire, il Profeta notò un sorriso strano dipinto sulla bocca del contadino. Fu un sogno? Il contadino inforcò sotto le gambe il ciuchino e lo aizzò contro lo straniero, infoiato l’animale accrebbe il suo membro e passo da parte a parte lo sventurato, il quale gridò di dolore (o di piacere) contro la faccia pallida della luna.
Sta di fatto che il giorno dopo, il Profeta non trovò più l’asinello e il contadino, quindi procedette da solo il viaggio, aiutandosi con un bastone. Tutta quella fatica fu premiata poche ore dopo, il Profeta aveva davanti a sè la più imponente vigna che occhio avesse mai visto. Tra le viti, un gruppetto di neroAfricani cantava ritmiche canzoni blues, proprio come i loro avi nelle piantaggioni di cotone. Il Profeta che essendo un patito del blues si unì a loro; cantò i ritmi della musica nera e ne fu rapito. Calò di nuovo la notte, il gruppo di neroAfricani portò con se il nuovo amico; l’ospitarono in una capanna, capitanata da un certo zio Tom. Non un vecchietto riservato dai candidi capelli bianchi, ma un ercole nero incazzato e sempre in tiro. Quando vide la pallida faccia del Profeta, gli vennerò in mente pensieri tinti: quella notte scivolò dal suo letto ed entrò in quello del viso pallido. Lo avvinghiò da tergo possedendolo per ore intere. Alcuni giurarno che passando dalla capanna dello zio Tom, videro dalle finestre bagliori intermittenti e udirono grida disumane. I bagliori, erano le scintille che la rete del letto produceva sotto le continue sollecitazioni longitudinali dello zio Tom, che sembrava un toro e come tale gridava. Dopo lo zio Tom, fu il turno degli altri “membri” della capanna e così per giorni e giorni, fino a quando non si sparse la voce di un tizio che riusciva ad accogliere dietro a se anche pali della luce e giunse al proprietario della vigna.
Vomito è un geniale viticultore, i suoi vini sono pregiati e bollati con la sigla DOC. Ospitò lo sfortunato Profeta nella sua maestosa casa, lo mise in una delle camere migliori e diede il compito alla sorella di accudirlo. “Ore e ore di travaglio, la schiena si spezza. Ma dalla fatica e dal sudore, godiam bevendo il nettere d’amore.” La dolce voce di Chiara solleticava le orecchie del Profeta, il quale dopo alcuni giorni di agonia anale, si stava riavendo.
Vomito si attaccò al nuovo amico, lo portava con sè ovunque e pian piano lo iniziava all’arte del vino. Intanto nel cuore di Chiara cresceva il vero sentimento, sottoforma di vitigno robusto. Il Profeta notava il crescente interesse che sucitava in Chiara e una sera decise di ricambiare. I due si trovarono in camera di lei, spenta la luce si avvinghiarono sul letto. Dopo due mesi, il Profeta sposò Chiara e divenne cognato di Vomito, visse felice i primi anni del matrimonio ma il fato gli riservò una sorpresa. Un giorno, arrivò uno straniero in azienda. Vomito gli accorse contro, lo straniero disse di chiamarsi il Losco e un fulmine scuarciò il cielo anche se c’era bel tempo.
Lo incitano a battere il record! E una sera, era lì per lì a batterlo! Dopo la abituale lavanda gastrica del sabato sera, il medico di turno disse agli amici: “Ragazzi, un altro pò è si riempiva una lattina di coca cola! Mi dispiace ma ancora il record resta ad Aristide!”. Ci siamo informati: Aristide alla anagrafe Melu Sebbaggiu, e un noto trans locale che disputa gare bizzare, come la succitata “succhia fino al midollo!”. Il senso della gara è arrivare al pronto soccorso carichi carichi di liquido seminale nello stomaco, farselo togliere con iniezioni di acqua e aceto e misurare, in lattine di coca cola, la quantita ingerita.
Ma non divaghiamo! Il Profeta di vino non ne capisce nulla! Un giorno ebbe la fortuna di recarsi in Toscana, il motivo era: incontrare un vecchio collega, disperso da tre anni sull’isola di Cuba, e persuaderlo a non cambiare nazionalità. Vani furono i tentativi, Il kamikaze (il collega), rivide con piacere la faccia di cazzo del Profeta e girando le spalle gli gridò: “…il tuo Kant, la raggion d’essere e Freud, schiaffateli in culo. Non mi servono dove sto andando!”
La primavera Toscana, il verde delle sue ondulate campagne, l’odore dei boschi rapirono il Profeta, il quale decise di fermarsi in quella parte d’italia, il tempo necessario per carpire i segreti del vino a qualche viticultore locale. Abbandonò a piedi il mondo cittadino e s’incamminò verso i boschi, cantando una canzonetta allegra: “…cu tu dissi ca non ti vogghiu, fatti lu pagghiareru ca ti pigghiu…”. Dopo un centinaio di metri scoprì un piccolo sentiero che deviava dalla strada maestra.
All’angolo tra la strada maestra e il sentiero, vi era infisso per terra un cartello con la scritta: “la cascina del fungo”. Da quel punto, il Profeta si mise a mirare verso il luogo indicato dal cartello: distinse tra il verde e i cespugli una macchia nera: “..deve essere la cascina del fungo!” pensò! Imboccò il sentiero e dopo solo mezz’ora di cammino giunse alla cascina. L’accoglienza fu delle migliori, una donna robusta lo accompagnò dentro e lo fece accomodare. Le figlie della donna, due statue di Venere, apparecchiarono la tavola e portarono al pellegrino pietanze a base di fungo, facendo intendere che dopo l’abbuffata, l’ospite si sarebbe recato al piano di sopra per un riposino particolare. Così fù! Il Profeta si mosse verso le scale deambulando, salì i gradini con affanno e raggiunto il piano superiore, si mosse tra gli assi scricchiolanti dell’impiantito come se fosse un elefante ubriaco. C’è da dire che il nostro eroe, non aveva esagerato col vino della cascina, ma provava lo stesso la sensazione di euforico collasso, infatti si collassò sul letto e dormì per giorni. Quando riaprì gli occhi si accorse di essere imprigionato in una soffitta buia e di percepire solo uno spiraglio di luce da una fessura e dalla quale riusciva anche a cogliere alcune frasi tipo: “Ora lo sodomizziamo per bene..”, “..voglio proprio vedere come fa il cavallo di zio ad entrare nel forestiero..”, “..si si facciamolo!”….
Quello che accadde non si seppe mai. Molte voci discordanti sulla vicenda, ma tutte che convenivano sul fatto che quel cavallo sodomizzò il nostro Profeta! Passarono settimane e dopo una lunga degenza, il Profeta ritornò sui suoi passi. La meta era una azienda vinicola sita dietro una collina. Strano ma vero, incontrò ai piedi della collina un contadino con un somarello. Così come a cuba, anche nel bel mezzo della campagna toscana, i contadini sono cordiali: aiutò il Profeta a superare la collina. I tre erano così disposti: Il contadino sul somarello, il Profeta dietro aggrappato alla coda della bestia, che spuntava, diversamente dagli altri suoi simili, direttamente dal centro delle cosce ed era poco pelosa e molto viscida. Solo dopo 20 km, i tre avevano coperto la salita e si stavano preparando a scendere dolcemente verso la valle, solo dopo tutti quei chilometri il Profeta si accorse che si era aggrappato al membro dell’asinello. Calò la notte e i tre bivaccarono attorno ad un fuoco ristoratore, si cibarono di formaggio e bevvero vino. Ma quando si conciarono per dormire, il Profeta notò un sorriso strano dipinto sulla bocca del contadino. Fu un sogno? Il contadino inforcò sotto le gambe il ciuchino e lo aizzò contro lo straniero, infoiato l’animale accrebbe il suo membro e passo da parte a parte lo sventurato, il quale gridò di dolore (o di piacere) contro la faccia pallida della luna.
Sta di fatto che il giorno dopo, il Profeta non trovò più l’asinello e il contadino, quindi procedette da solo il viaggio, aiutandosi con un bastone. Tutta quella fatica fu premiata poche ore dopo, il Profeta aveva davanti a sè la più imponente vigna che occhio avesse mai visto. Tra le viti, un gruppetto di neroAfricani cantava ritmiche canzoni blues, proprio come i loro avi nelle piantaggioni di cotone. Il Profeta che essendo un patito del blues si unì a loro; cantò i ritmi della musica nera e ne fu rapito. Calò di nuovo la notte, il gruppo di neroAfricani portò con se il nuovo amico; l’ospitarono in una capanna, capitanata da un certo zio Tom. Non un vecchietto riservato dai candidi capelli bianchi, ma un ercole nero incazzato e sempre in tiro. Quando vide la pallida faccia del Profeta, gli vennerò in mente pensieri tinti: quella notte scivolò dal suo letto ed entrò in quello del viso pallido. Lo avvinghiò da tergo possedendolo per ore intere. Alcuni giurarno che passando dalla capanna dello zio Tom, videro dalle finestre bagliori intermittenti e udirono grida disumane. I bagliori, erano le scintille che la rete del letto produceva sotto le continue sollecitazioni longitudinali dello zio Tom, che sembrava un toro e come tale gridava. Dopo lo zio Tom, fu il turno degli altri “membri” della capanna e così per giorni e giorni, fino a quando non si sparse la voce di un tizio che riusciva ad accogliere dietro a se anche pali della luce e giunse al proprietario della vigna.
Vomito è un geniale viticultore, i suoi vini sono pregiati e bollati con la sigla DOC. Ospitò lo sfortunato Profeta nella sua maestosa casa, lo mise in una delle camere migliori e diede il compito alla sorella di accudirlo. “Ore e ore di travaglio, la schiena si spezza. Ma dalla fatica e dal sudore, godiam bevendo il nettere d’amore.” La dolce voce di Chiara solleticava le orecchie del Profeta, il quale dopo alcuni giorni di agonia anale, si stava riavendo.
Vomito si attaccò al nuovo amico, lo portava con sè ovunque e pian piano lo iniziava all’arte del vino. Intanto nel cuore di Chiara cresceva il vero sentimento, sottoforma di vitigno robusto. Il Profeta notava il crescente interesse che sucitava in Chiara e una sera decise di ricambiare. I due si trovarono in camera di lei, spenta la luce si avvinghiarono sul letto. Dopo due mesi, il Profeta sposò Chiara e divenne cognato di Vomito, visse felice i primi anni del matrimonio ma il fato gli riservò una sorpresa. Un giorno, arrivò uno straniero in azienda. Vomito gli accorse contro, lo straniero disse di chiamarsi il Losco e un fulmine scuarciò il cielo anche se c’era bel tempo.
Il losco
A quel tempo ci incontravamo a Cuba per trascorrere qualche genuina ed innocente giornata sulle due collinette che si ergono poco sopra ogni cubana distesa. Raggiungere le collinette era facile, bisognava però percorrere alcune strade che tortuosamente si inerpicavano in cima fino ai cocuzzoli. Le nostre giornate passavano tranquille! Una tiepida sensazione di bagnato pervadeva il nostro corpo ogni volta che ci addentravamo nella foresta. Dante aveva proprio ragione: “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”.
Ricordo che un giorno io ed il kamikaze eravamo andati a tagliare delle canne da zucchero per distillare del rum alla ciliegia; mancammo parecchie ore. Al nostro ritorno, trovammo il losco intento a spalare terra; era proprio sopra la montagnetta di una donna cubana. Fin li niente di strano. Starà cercando dei tuberi pensai. I tuberi a Cuba sono molto ricercati. Sono l’ingrediente principale della criolla cubana per preparare l’ajiaco, il piatto nazionale, che, neanche a dirlo, è a base di yuca, una varietà di patata.
Il losco era un losco individuo. Aveva lunghi capelli, neri a causa degli escrementi degli scarafaggi che vi si erano annidati dentro. Credo che in realtà il suo colore naturale fosse il rosso. Era un tipo veramente strano. Qualche anno prima il nonno lo aveva cacciato di casa a causa del suo insulso modo di vivere.
Il nonno era stato un rispettabile colonnello dell’esercito del Duce. Un uomo tutto d’un pezzo al quale purtroppo era capita la peggiore delle disgrazie: aveva generato un fetido, insipido ed anonimo nipote vegetale. Un comunista con i soldi degli altri! Da quali meandri del DNA proveniva tale vergognosa indole, si chiedeva! Se Mendel, che aveva studiato i piselli, aveva ragione: chi fra i suoi antenati fu focolare del germe infetto? O peggio ancora, era lui stesso un portatore sano della malattia? Quest’ultima domanda tormentò il nonno portandolo alla morte tra atroci sofferenze. Pover’uomo, si starà ancora girando e rigirando nella tomba.
Tornando al losco, egli aveva vagato parecchi anni per il mondo; era stato sul cazzo proprio a tutti! Dopo aver sentito il detto “chi non scopa a Pordenone o è frocio o è ricchione” era andato appunto a Pordenone ed effettivamente dopo essere entrato in un locale per soli individui di sesso maschile ne era uscito ancheggiando malamente. Pensò, “se pago, almeno li mi daranno qualcosa”, e si diresse ad Amsterdam, ma niente; le vetrine dei negozi erano tutte chiuse per il gay pride. Andò alle falde del Kilimangiaro, ma ben presto si accorse che i watussi erano ben proporzionati.
Infine, approdò a Cuba dopo essersi imbarcato clandestinamente su un peschereccio libanese; lo avevano scoperto poco dopo la partenza a causa del fetore dei suoi capelli che stranamente nascondeva il cattivo odore del pesce marcio. I pescatori libanesi lo usarono, come esca, per sollazzare i loro pesci; infondo, anche i pesci hanno diritto a cinque minuti di svago dopo essere stati intrappolati nelle reti per una giornata intera. Per il losco fu un viaggio veramente duro! Sbarcati a Cuba, il losco riuscì a scappare dai suoi concubini. Tutto accadde una notte: i libanesi stavano approfittando di lui, si narra tre alla volta, ma ubriachi e soddisfatti, finito il giulivo dondolare, dimenticarono di incatenarlo.
Finalmente Libero! Il losco messo piede sulla bianca sabbia cubana, affamato ed ancora una volta ancheggiando malamente si diresse verso la strada in cerca di un autobus, un treno, o qualunque cosa lo portasse lontano da lì. E’ noto che i trasporti pubblici cubani non spaccano il secondo; non fu però difficile trovare un passaggio facendo l’autostop. Un contadino lo prese a bordo imbracandolo sotto la pancia del suo mulo; proprio come fece Ulisse per scappare da Polifemo: si mise sotto una pecora. Il mulo gemeva in sincronia alla sua andatura altalenante. Alla fine del viaggio era stanco ma soddisfatto, il mulo.
Non mi hanno chiesto niente pensava il losco dopo qualche giorno! Mi stanno offrendo il loro vino e le loro patate! Dopo un lungo travaglio realizzo che si trovava in un covo di comunisti. Gli uomini gli offrivano da bere e da mangiare, le donne gli facevano capire: ciò che è mio è tuo! Condividiamo! Sconvolto da una efferata eccitazione capì che quella era la terra promessa dove anche un comunista con i soldi degli altri qualunque, avrebbe potuto fare fortuna. Qui avrebbe potuto trombare piuttosto che essere trombato! Tutto in nome della condivisione dei beni degli altri! Era il paradiso terrestre, ma Eva invece della foglia di fico portava un cartello segnaletico con su scritto “Ingresso libero consumazione obbligatoria” proprio come in discoteca.
Ebbe una visione: il cerdo. Non ci volle molto, il losco capì che la patata e la yuca, che prosperano rigogliose nella scura foresta cubana, lo avrebbero fatto ricco. Di li a poco mise su una piantagione. Ai turisti vendeva la yuca, ai cubani la patata. Di buon mattino, 00:00 massimo 00:05 ora locale, con un vecchio camioncino rosso ruggine, portava le donne al mercato in modo che vendessero al banco le patate e la yuca. Puntava sulla quantità non sulla qualità. Il malsano spirito imprenditoriale tipico dei comunisti con i soldi degli altri stava trionfando. Ma il losco non si accontentava. Ebbe un’altra visione: quei tuberi potevano rendergli molto di più. Bastava trattarli fornirgli del valore aggiunto.
Pensò tra se e se:
“Taglia le estremità e pelala, separala dalla metà longitudinalmente e toglile la fibra dura interiore. Alla fine di questo processo riscaldala e condiscila. Una volta ammorbidita e scolata, mangiala innaffiandola con un pò di sugo”.
Era nata la manioca ocidental. Sì, devo proprio ammetterlo un idea geniale. Dopo due anni era proprietario di una catena di luoghi di ristoro, con annessa piantagione, nei quali si potevano consumare yuca e patata fresca.
Eh!!! Il losco! Chi l’avrebbe detto!
Purtroppo non tutto ciò che luccica è oro; a volte è solo un pezzo di vetro colpito dal sole, a toccarlo ci si può solo tagliare. Per arrivare fin lì, il losco era dovuto scendere a compromessi. L’aveva fatto con la peggiore delle iene, la più vorace delle orche, la più feroce delle arpie, anzi peggio la più carnivora fra le piante carnivore. La sua coscienza lo tormentava giorno e notte. Senza sosta!
Fu solo allora che si ricordò del patto di sangue che legava tutti noi fino alla morte di Andrea.
Ricordo che un giorno io ed il kamikaze eravamo andati a tagliare delle canne da zucchero per distillare del rum alla ciliegia; mancammo parecchie ore. Al nostro ritorno, trovammo il losco intento a spalare terra; era proprio sopra la montagnetta di una donna cubana. Fin li niente di strano. Starà cercando dei tuberi pensai. I tuberi a Cuba sono molto ricercati. Sono l’ingrediente principale della criolla cubana per preparare l’ajiaco, il piatto nazionale, che, neanche a dirlo, è a base di yuca, una varietà di patata.
Il losco era un losco individuo. Aveva lunghi capelli, neri a causa degli escrementi degli scarafaggi che vi si erano annidati dentro. Credo che in realtà il suo colore naturale fosse il rosso. Era un tipo veramente strano. Qualche anno prima il nonno lo aveva cacciato di casa a causa del suo insulso modo di vivere.
Il nonno era stato un rispettabile colonnello dell’esercito del Duce. Un uomo tutto d’un pezzo al quale purtroppo era capita la peggiore delle disgrazie: aveva generato un fetido, insipido ed anonimo nipote vegetale. Un comunista con i soldi degli altri! Da quali meandri del DNA proveniva tale vergognosa indole, si chiedeva! Se Mendel, che aveva studiato i piselli, aveva ragione: chi fra i suoi antenati fu focolare del germe infetto? O peggio ancora, era lui stesso un portatore sano della malattia? Quest’ultima domanda tormentò il nonno portandolo alla morte tra atroci sofferenze. Pover’uomo, si starà ancora girando e rigirando nella tomba.
Tornando al losco, egli aveva vagato parecchi anni per il mondo; era stato sul cazzo proprio a tutti! Dopo aver sentito il detto “chi non scopa a Pordenone o è frocio o è ricchione” era andato appunto a Pordenone ed effettivamente dopo essere entrato in un locale per soli individui di sesso maschile ne era uscito ancheggiando malamente. Pensò, “se pago, almeno li mi daranno qualcosa”, e si diresse ad Amsterdam, ma niente; le vetrine dei negozi erano tutte chiuse per il gay pride. Andò alle falde del Kilimangiaro, ma ben presto si accorse che i watussi erano ben proporzionati.
Infine, approdò a Cuba dopo essersi imbarcato clandestinamente su un peschereccio libanese; lo avevano scoperto poco dopo la partenza a causa del fetore dei suoi capelli che stranamente nascondeva il cattivo odore del pesce marcio. I pescatori libanesi lo usarono, come esca, per sollazzare i loro pesci; infondo, anche i pesci hanno diritto a cinque minuti di svago dopo essere stati intrappolati nelle reti per una giornata intera. Per il losco fu un viaggio veramente duro! Sbarcati a Cuba, il losco riuscì a scappare dai suoi concubini. Tutto accadde una notte: i libanesi stavano approfittando di lui, si narra tre alla volta, ma ubriachi e soddisfatti, finito il giulivo dondolare, dimenticarono di incatenarlo.
Finalmente Libero! Il losco messo piede sulla bianca sabbia cubana, affamato ed ancora una volta ancheggiando malamente si diresse verso la strada in cerca di un autobus, un treno, o qualunque cosa lo portasse lontano da lì. E’ noto che i trasporti pubblici cubani non spaccano il secondo; non fu però difficile trovare un passaggio facendo l’autostop. Un contadino lo prese a bordo imbracandolo sotto la pancia del suo mulo; proprio come fece Ulisse per scappare da Polifemo: si mise sotto una pecora. Il mulo gemeva in sincronia alla sua andatura altalenante. Alla fine del viaggio era stanco ma soddisfatto, il mulo.
Non mi hanno chiesto niente pensava il losco dopo qualche giorno! Mi stanno offrendo il loro vino e le loro patate! Dopo un lungo travaglio realizzo che si trovava in un covo di comunisti. Gli uomini gli offrivano da bere e da mangiare, le donne gli facevano capire: ciò che è mio è tuo! Condividiamo! Sconvolto da una efferata eccitazione capì che quella era la terra promessa dove anche un comunista con i soldi degli altri qualunque, avrebbe potuto fare fortuna. Qui avrebbe potuto trombare piuttosto che essere trombato! Tutto in nome della condivisione dei beni degli altri! Era il paradiso terrestre, ma Eva invece della foglia di fico portava un cartello segnaletico con su scritto “Ingresso libero consumazione obbligatoria” proprio come in discoteca.
Ebbe una visione: il cerdo. Non ci volle molto, il losco capì che la patata e la yuca, che prosperano rigogliose nella scura foresta cubana, lo avrebbero fatto ricco. Di li a poco mise su una piantagione. Ai turisti vendeva la yuca, ai cubani la patata. Di buon mattino, 00:00 massimo 00:05 ora locale, con un vecchio camioncino rosso ruggine, portava le donne al mercato in modo che vendessero al banco le patate e la yuca. Puntava sulla quantità non sulla qualità. Il malsano spirito imprenditoriale tipico dei comunisti con i soldi degli altri stava trionfando. Ma il losco non si accontentava. Ebbe un’altra visione: quei tuberi potevano rendergli molto di più. Bastava trattarli fornirgli del valore aggiunto.
Pensò tra se e se:
“Taglia le estremità e pelala, separala dalla metà longitudinalmente e toglile la fibra dura interiore. Alla fine di questo processo riscaldala e condiscila. Una volta ammorbidita e scolata, mangiala innaffiandola con un pò di sugo”.
Era nata la manioca ocidental. Sì, devo proprio ammetterlo un idea geniale. Dopo due anni era proprietario di una catena di luoghi di ristoro, con annessa piantagione, nei quali si potevano consumare yuca e patata fresca.
Eh!!! Il losco! Chi l’avrebbe detto!
Purtroppo non tutto ciò che luccica è oro; a volte è solo un pezzo di vetro colpito dal sole, a toccarlo ci si può solo tagliare. Per arrivare fin lì, il losco era dovuto scendere a compromessi. L’aveva fatto con la peggiore delle iene, la più vorace delle orche, la più feroce delle arpie, anzi peggio la più carnivora fra le piante carnivore. La sua coscienza lo tormentava giorno e notte. Senza sosta!
Fu solo allora che si ricordò del patto di sangue che legava tutti noi fino alla morte di Andrea.
Cuba Libre
Avete mai sentito parlare del naso di Gogol? Beh, al Profeta accadde un fatto insolito, direi gogoliano: perse l’uccello!
Il Profeta è di aspetto sgraziato, con la faccia da gufo rincoglionito e per giunta con indigesti occhiali a cavallo di un naso che ricorda il Gonzo dei Muppet! Per via della sua fame da lupo, decise di spendere gran parte del suo stipendio per un viaggio nella Cuba di Castro; lo scopo era fare del sano turismo sessuale! Dopo tre giorni di cuba libre e mojito, fu attirato da una donna dai facili costumi: un pezzo di fica, sembrava una strada di montagna per via delle curve e dei tornanti che si ritrovava addosso! La donna lo prese per mano e lo portò in un vicolo semibuio. Appoggiata al muro, si alzò la minigonna e palesò al nostro amico la vagina! Il Profeta, fu invitato ad entrare e così fece!
Il giorno dopo, lo sventurato si svegliò tra le lenzuole dell’albergo. Abituato all’erezione mattutina, quando non sentì il membro cercare di far breccia attraverso le mutande, si preoccupò! Infilò le mani e rovistò tra le mutande, come se dovesse cercare qualcosa di piccolo in una borsa! Accorgendosi di non avere pene, scroto e peli pubici, ma solo una superficie liscia come quella dei manichini: lanciò un urlo e svenne! Si riebbe tre ore dopo. Controllava continuamente le sue parti basse, ma ahimè c’era sempre quella lucida superficie. Allora, iniziò ad andare a ritroso con la mente, come quando si perdono le chiavi e si cerca di individuare i possibili punti temporali nei quali, molto probabilmente, lo smarrimento poteva aver luogo. L’ultima volta che il suo membro era lì dove di solito deve permanere (fino a prova contraria!), ovvero tra le gambe, fu durante l’incontro con la prostituta. Da quel momento in poi fino all’atroce realtà, il Profeta non ricordava più nulla!
Giorni e giorni dopo ritrovò la donna, la seguì e con sua sorpresa, mentre lei si imbucava in una stanza di uno squallido palazzo, lo riconobbe e lo invitò ad entrare. Il Profeta ebbe la senzazione che la donna lo stesse aspettando da molto tempo! Patricia si chiamava! Patricia, si cambiò in un baleno, riapparve con un vestitino a fiori e senza il trucco. Gli porse una sedia, gli versò in un bicchiere un pò di rum e aprì un cassetto. Il Profeta alzò lo sguardo quel pò da sbirciare dentro, avvolto in un fazzoletto di pessima fattura c’era il suo apparato di piacere.
“Eccolo!” esclamò, “…è proprio lui!”. Nel proferire quelle parole, si alzò di scatto e fece cadere per terra bicchiere e rum. Il fracasso svegliò il pene, il quale uscì dal cassetto e si mise a girare per casa. Camminava fecendo forza sui testicoli, andava avanti e indietro e parlava o meglio imprecava contro Patricia. Il Profeta sbiancò e come un pesò morto, si lasciò cadere sulla sedia.
“Tu devi portarlo via!” disse seccata la donna, “..non posso tenerlo con me! E’ sempre in tiro e incità la mia vagina a fuggire con lui! Lei mi serve, devo lavorare, non posso lasciarla andare. Tu mi capisci, vero?”. Al Profeta girava la testa, il suo pene innamorato di una vagina cubana e per giunta di basso borgo. L’instinto fu di lanciarsi sopra a quel cazzo e afferrarlo, ma il pene lesto gli sgusciò di mano e salì sul tavolo. Il Profeta spalmato per terra, vide il suo pene sgorgersi dal bordo del tavolo, poi ammosciarsi e precipitare da 40 cm di altezza, per cadere con un tonfo lì vicino.
“Afferralo!” gridò Patricia. Lesto nei movimenti il Profeta lo immobilizzò e scappò via con lui! Furono vani i tentativi di incollarlo lì, tra le gambe. Il Profeta lo teneva sempre con se per paura che scappasse, anzi lo incappiò con un laccio delle scarpe e legò l’altra estremità alla gamba di una sedia. Gli ultimi giorni a Cuba furono i più duri, il nostro amico aveva perso ogni speranza; il suo pene non faceva altro che piangere. Poi il giorno prima della partenza, chiese al suo padrone di voler ritornare con lui e così fu!
Da allora, il Profeta usa sempre una precauzione. Si è fabbricato in casa: un anello annesso ad una catenina, che si allaccia alla vita; l’anello cinge il pene, nel caso in cui provasse a fuggire di nuovo, resterebbe appeso come un salame!
Il Profeta è di aspetto sgraziato, con la faccia da gufo rincoglionito e per giunta con indigesti occhiali a cavallo di un naso che ricorda il Gonzo dei Muppet! Per via della sua fame da lupo, decise di spendere gran parte del suo stipendio per un viaggio nella Cuba di Castro; lo scopo era fare del sano turismo sessuale! Dopo tre giorni di cuba libre e mojito, fu attirato da una donna dai facili costumi: un pezzo di fica, sembrava una strada di montagna per via delle curve e dei tornanti che si ritrovava addosso! La donna lo prese per mano e lo portò in un vicolo semibuio. Appoggiata al muro, si alzò la minigonna e palesò al nostro amico la vagina! Il Profeta, fu invitato ad entrare e così fece!
Il giorno dopo, lo sventurato si svegliò tra le lenzuole dell’albergo. Abituato all’erezione mattutina, quando non sentì il membro cercare di far breccia attraverso le mutande, si preoccupò! Infilò le mani e rovistò tra le mutande, come se dovesse cercare qualcosa di piccolo in una borsa! Accorgendosi di non avere pene, scroto e peli pubici, ma solo una superficie liscia come quella dei manichini: lanciò un urlo e svenne! Si riebbe tre ore dopo. Controllava continuamente le sue parti basse, ma ahimè c’era sempre quella lucida superficie. Allora, iniziò ad andare a ritroso con la mente, come quando si perdono le chiavi e si cerca di individuare i possibili punti temporali nei quali, molto probabilmente, lo smarrimento poteva aver luogo. L’ultima volta che il suo membro era lì dove di solito deve permanere (fino a prova contraria!), ovvero tra le gambe, fu durante l’incontro con la prostituta. Da quel momento in poi fino all’atroce realtà, il Profeta non ricordava più nulla!
Giorni e giorni dopo ritrovò la donna, la seguì e con sua sorpresa, mentre lei si imbucava in una stanza di uno squallido palazzo, lo riconobbe e lo invitò ad entrare. Il Profeta ebbe la senzazione che la donna lo stesse aspettando da molto tempo! Patricia si chiamava! Patricia, si cambiò in un baleno, riapparve con un vestitino a fiori e senza il trucco. Gli porse una sedia, gli versò in un bicchiere un pò di rum e aprì un cassetto. Il Profeta alzò lo sguardo quel pò da sbirciare dentro, avvolto in un fazzoletto di pessima fattura c’era il suo apparato di piacere.
“Eccolo!” esclamò, “…è proprio lui!”. Nel proferire quelle parole, si alzò di scatto e fece cadere per terra bicchiere e rum. Il fracasso svegliò il pene, il quale uscì dal cassetto e si mise a girare per casa. Camminava fecendo forza sui testicoli, andava avanti e indietro e parlava o meglio imprecava contro Patricia. Il Profeta sbiancò e come un pesò morto, si lasciò cadere sulla sedia.
“Tu devi portarlo via!” disse seccata la donna, “..non posso tenerlo con me! E’ sempre in tiro e incità la mia vagina a fuggire con lui! Lei mi serve, devo lavorare, non posso lasciarla andare. Tu mi capisci, vero?”. Al Profeta girava la testa, il suo pene innamorato di una vagina cubana e per giunta di basso borgo. L’instinto fu di lanciarsi sopra a quel cazzo e afferrarlo, ma il pene lesto gli sgusciò di mano e salì sul tavolo. Il Profeta spalmato per terra, vide il suo pene sgorgersi dal bordo del tavolo, poi ammosciarsi e precipitare da 40 cm di altezza, per cadere con un tonfo lì vicino.
“Afferralo!” gridò Patricia. Lesto nei movimenti il Profeta lo immobilizzò e scappò via con lui! Furono vani i tentativi di incollarlo lì, tra le gambe. Il Profeta lo teneva sempre con se per paura che scappasse, anzi lo incappiò con un laccio delle scarpe e legò l’altra estremità alla gamba di una sedia. Gli ultimi giorni a Cuba furono i più duri, il nostro amico aveva perso ogni speranza; il suo pene non faceva altro che piangere. Poi il giorno prima della partenza, chiese al suo padrone di voler ritornare con lui e così fu!
Da allora, il Profeta usa sempre una precauzione. Si è fabbricato in casa: un anello annesso ad una catenina, che si allaccia alla vita; l’anello cinge il pene, nel caso in cui provasse a fuggire di nuovo, resterebbe appeso come un salame!
Il patto
Il sangue sgorgò dal naso di Andrea e fluì a terra. Due rigagnoli incontrollati dalle narici si dipartirono, seguirono il corso naturale del labbro e giunti al mento, reputarono interessante gocciolare e formare ai suoi piedi una pozzanghera. Sgomento di tutti noi! Andrea con occhi sgranati, si specchiava dentro quel rosso vivo mentre il Lunatico gli stava difronte. Fisso come un chiodo sul pavimento, mostrava il pugno che da lì a poco aveva centrato quel volto stupido e irragionevolmente poco interessante.
Eravamo in uno stanzone, al terzo piano del blocco centrale dell'università bordello e Salvatore si chiamava Turi Turi Turi. Il Profeta, mi spiegò che quando Turi Turi Turi occupava una stanza al quinto piano, dello stesso blocco, si faceva chiamare Turi Turi Turi Turi Turi; declassato e collocato due piani più giù, perse i due Turi in
coda. La paura di Turi Turi Turi è raggiungere lo scantinato, perchè in quella occasione e solo in quella occasione, sperimenterebbe l’annientamento dell’identità sociale dell’individuo, come conseguenza dell’istantanea sparizione degli ultimi tre Turi! Un pò tutti eravamo sorpresi dell’atto di forza che il Lunatico aveva voluto dimostrare, piazzando un destro storico sul naso butterato di Andrea. Mentre questo cercava di tappare l’emorragia, portandosi le mani al naso, ci avvicinammo alla pozzanghera di sangue, che si era allargata rapidamente. I nostri volti riflessi formarono un cerchio di faccie: il Profeta, il Lunatico, il Postino, il Pavone, il Losco, il Kamikaze e per ultimo Turi il ternario.
Mistica era l’atmosfera, un solenne silenzio ci avvolgeva, interrotto solo dai gemiti di Andrea. In quel momento stringemmo un patto, suggellato dal sangue di quell’agnello, sacrificato in onore della pura e semplice follia.
La voce timida di Turi il ternario, ci riportò alla realtà: come quando sogni e qualcuno apre la luce sciogliendo l’accogliente oscurità, e ti fa notare che tutto quello che avevi tracciato nel buio con la fantasia, ha la consistenza del vapore. “Ragazzi dove si va a mangiare?” disse e tutti convenimmo che era meglio andare! I dettagli del patto li avremmo stipulati forse dopo il caffè, tuttavia il Profeta decise di partire per Cuba e presto ognuno di noi, in un modo o nell’altro, per una ragione o per un’altra, l’avrebbe raggiunto!
Eravamo in uno stanzone, al terzo piano del blocco centrale dell'università bordello e Salvatore si chiamava Turi Turi Turi. Il Profeta, mi spiegò che quando Turi Turi Turi occupava una stanza al quinto piano, dello stesso blocco, si faceva chiamare Turi Turi Turi Turi Turi; declassato e collocato due piani più giù, perse i due Turi in
coda. La paura di Turi Turi Turi è raggiungere lo scantinato, perchè in quella occasione e solo in quella occasione, sperimenterebbe l’annientamento dell’identità sociale dell’individuo, come conseguenza dell’istantanea sparizione degli ultimi tre Turi! Un pò tutti eravamo sorpresi dell’atto di forza che il Lunatico aveva voluto dimostrare, piazzando un destro storico sul naso butterato di Andrea. Mentre questo cercava di tappare l’emorragia, portandosi le mani al naso, ci avvicinammo alla pozzanghera di sangue, che si era allargata rapidamente. I nostri volti riflessi formarono un cerchio di faccie: il Profeta, il Lunatico, il Postino, il Pavone, il Losco, il Kamikaze e per ultimo Turi il ternario.
Mistica era l’atmosfera, un solenne silenzio ci avvolgeva, interrotto solo dai gemiti di Andrea. In quel momento stringemmo un patto, suggellato dal sangue di quell’agnello, sacrificato in onore della pura e semplice follia.
La voce timida di Turi il ternario, ci riportò alla realtà: come quando sogni e qualcuno apre la luce sciogliendo l’accogliente oscurità, e ti fa notare che tutto quello che avevi tracciato nel buio con la fantasia, ha la consistenza del vapore. “Ragazzi dove si va a mangiare?” disse e tutti convenimmo che era meglio andare! I dettagli del patto li avremmo stipulati forse dopo il caffè, tuttavia il Profeta decise di partire per Cuba e presto ognuno di noi, in un modo o nell’altro, per una ragione o per un’altra, l’avrebbe raggiunto!
domenica 27 gennaio 2008
La fine del trium(e)virato: the supremo technology
Qualcosa di strano stava accadendo; la RAM (Random Access Memory) era finita; i sensi di ragno del supremo erano sovraccarichi ed avevano cominciato a swappare. Le guerre sulla terra aumentavano a dismisura, ma in contrapposizione a Wall Street il prezzo delle azioni dei candelotti di dinamite era improvvisamente ed inspiegabilmente calato. Una mossa azionaria sbagliata, la sera prima gli era costata ben 347 milioni di dollari. Il supremo aveva ingaggiato il sultano ed il suo team di sviluppatori per realizzare una pagina web in cui inserendo latitudine e longitudine, magicamente,automaticamente e quantunquamente, si sarebbe aperta una finestra di google earth che puntava nei dintorni del punto prescelto. La realizzazione di un sistema software di cotanta potenza aveva richiesto mesi e mesi di lavoro, ma il risultato fu eccezzionale veramente. I primi test dello straordinario strumento informatico furono effettuati nei campi di canna da zucchero del kamikaze. La situazione sembrava normale ed il raccolto buono. Fotografando, invece, l'oceano si intravedeva chiaramente il galeone del Pavone che faceva la sponda fra Cina e Cuba.
Il supremo, ormai, sapeva per esperienza che il piano A, capitanato dal sultano e dal suo software sarebbe fallito miseramente; aveva per ciò pronto il famosissimo ed infallibile piano B.
Il supremo era conosciuto nei trinacri sobborghi anche come il puparo ed aveva ingaggiato un tale Geppetto affinché gli costruisse un nuovo burattino. Geppetto era un ex spia del kgb e non gli fu difficile entrare a Cuba con gli onori di Fidel. Presentatosi al kamikaze, che a Cuba era conosciuto anche come mastro ciliegia, si accordò per l'acquisto di un tronco, di ciliegio appunto, che diceva di voler salvare dalla distillazione. Tornato in trinacria, Geppetto sottopose il tronco a molteplici analisi, prendendolo pure a colpi di ascia per trasformarlo in un burattino. C'era però qualcosa di strano: il tronco sembrava essere vivo, alcune volte parlava pure. Successive analisi spettro-elettrografiche approfondite mostrarono infatti che il tronco era radioattivo ed in particolare contaminato da uranio impoverito.
Il sospetto s'impadronì del supremo come la gelosia del lunatico. Si stavano producendo nuove armi all'uranio impoverito? Si stava tentando di farlo fuori? Adesso fare qualcosa aveva priorità massima.
Il nuovo burattino era ormai pronto ed addestrato ad obbedire ciecamente ai fili del puparo. Ma da solo pinocchio, così il puparo aveva battezzato il burattino di ciliegio, non bastava! Serviva un organizzazione organizzata!
Il puparo aveva individuato una banda di quartiere composta da sette nani ed una donna dai facili costumi che si faceva chiamare Biancaneve; per fare lo spacchioso, ingaggio anche una tale Cenerentola affinché lavasse, cucinasse e stirasse per provvedere ai sette nani; Biancaneve era una donna moderna e non voleva fare un cazzo, o forse quello si.
Il piano B si componeva di due fasi.
La prima fase. Pinocchio si sarebbe gettato nell'oceano e sarebbe arrivato a Cuba trasportato da una balena dalla quale si sarebbe volutamente fatto inghiottire. I nani nel frattempo avrebbero scavato una galleria che dalla cantina del supremo, passando per lo stretto di Gibilterra, sarebbe sbucata direttamente sotto i capannoni del kamikaze. Il puparo avrebbe potuto percorrerla con la sua Giardinetta abarth. I nani cominciarono a scavare subito; picconare e spalare terra era lavoro duro, ma la sera tornati a casa Biancaneve li accudiva con amore. I nani mettevano i loro sette lettini uno accanto all'altro, Biancaneve vi si sdraiava sopra, concedendo tutti i suoi sette orifizi. Dotto e Mammolo si infilavano sotto la sottana, Eolo e Cucciolo le soffiavano sulle orecchie, Gongolo e Pisolo si riscaldavano con le narici, Brontolo è ovvio. Cenerentola nel frattempo, accudiva il fuoco, lavava i panni dei nani, preparava la colazione e scopava a terra. Pinocchio arrivato a Cuba avrebbe provveduto ad assumere un intero esercito di pupi; il puparo aveva infatti bandito un concorso per soli titoli in cui bastava inviare solo un CUrriculum BAstardo.
La seconda fase. I nani si sarebbero fatti assumere come masticatori di foglie di canna da zucchero e si sarebbero infiltrati fra gli operai. Cenerentola col curriculum che aveva, ma non senza la raccomandazione del puparo in persona, sarebbe stata assunta come ``bruciatore manager''; avrebbe fatto invaghire il kamikaze mostrandogli velatamente la zucca ed attirandolo, prima della mezzanotte, ad entrare nella sua carrozza. Il compito più difficile toccava però a Biancaneve. Il puparo non si fidava di nessuno nemmeno del Pavone; anche lui poteva essere coinvolto nel presunto complotto. Biancaneve doveva gettarsi in mare e quindi dopo essersi fatta salvare dal Pavone avrebbe dovuto subdolamente sedurlo per carpirgli il diario di bordo e la mappa del tesoro.
Raccolte le informazioni ed addestrato l'esercito di pupi, bisognava solo aspettare il momento propizio per sferrare l'attacco. I pupi, ignari del pericolo, si sarebbero lanciati in massa contro il kamikaze. Senza paura, guidati dai fili del puparo, sarebbero corsi incontro alla morte. L'esercito di pupi era comandato da quattro legatus: il passivo, il dissociato, il sultano ed appunto pinocchio. Il puparo utilizzava il mignolo e l'anulare della mano destra per muovere i fili del passivo, il medio l'indice ed il pollice della stessa mano per il dissociato. Il mignolo, il pollice ed il medio della mano sinistra comandavano invece i fili del sultano, le restanti dita, assieme al medio che era in comune, comandavano pinocchio che però a causa delle radiazioni di uranio viveva, in parte, di vita propria. In accordo alla struttura dell'impero romano, il più grande e complesso strumento di guerra mai ideato, i quattro pupi legatus avrebbero comandato una legione composta da dieci coorti, una per ognuna delle loro dita; ogni coorte sarebbe stata composta da 6 centurie di 69 centurioni.
I fili si sarebbero intrecciati in una complessa ed intricata ragnatela che solo i sensi di ragno del supremo puparo sarebbero stati in grado comprendere e districare. Le prede sarebbero rimaste inevitabilmente appiccicate ed intrappolate nell'apparentemente incomprensibile intreccio. Il supremo aracnide si sarebbe quindi avvicinato ed usando il suo opistosoma peduncolato ed i suoi cheliceri veleniferi ad uncino, avrebbe tramortito ed ucciso le vittime succhiando i loro liquidi interni con i pedipalpi, le piccole zampe a funzione sia sensoriale che copulatrice se le vittime fossero state femmine.
Tutto era pronto. I satelliti spia e google earth osservavano implacabili, ma c'erano tanti interrogativi. E se il software del sultano fosse stato attaccato da flotte di bachi da seta? I quattro pupi legatus sarebbero stati in grado di guidare l'esercito alla vittoria? Avrebbero avuto il coraggio di lanciarsi verso la morte pupando in prima linea?
La prima piccola prova sarebbe stata sufficiente per sferrare l'attacco finale.
Era tutto nelle delicate manine, cosparse di Nivea, di Cenerentola e Biancaneve. Avrebbero, le due donne, saputo fare il loro dovere?
Il supremo, ormai, sapeva per esperienza che il piano A, capitanato dal sultano e dal suo software sarebbe fallito miseramente; aveva per ciò pronto il famosissimo ed infallibile piano B.
Il supremo era conosciuto nei trinacri sobborghi anche come il puparo ed aveva ingaggiato un tale Geppetto affinché gli costruisse un nuovo burattino. Geppetto era un ex spia del kgb e non gli fu difficile entrare a Cuba con gli onori di Fidel. Presentatosi al kamikaze, che a Cuba era conosciuto anche come mastro ciliegia, si accordò per l'acquisto di un tronco, di ciliegio appunto, che diceva di voler salvare dalla distillazione. Tornato in trinacria, Geppetto sottopose il tronco a molteplici analisi, prendendolo pure a colpi di ascia per trasformarlo in un burattino. C'era però qualcosa di strano: il tronco sembrava essere vivo, alcune volte parlava pure. Successive analisi spettro-elettrografiche approfondite mostrarono infatti che il tronco era radioattivo ed in particolare contaminato da uranio impoverito.
Il sospetto s'impadronì del supremo come la gelosia del lunatico. Si stavano producendo nuove armi all'uranio impoverito? Si stava tentando di farlo fuori? Adesso fare qualcosa aveva priorità massima.
Il nuovo burattino era ormai pronto ed addestrato ad obbedire ciecamente ai fili del puparo. Ma da solo pinocchio, così il puparo aveva battezzato il burattino di ciliegio, non bastava! Serviva un organizzazione organizzata!
Il puparo aveva individuato una banda di quartiere composta da sette nani ed una donna dai facili costumi che si faceva chiamare Biancaneve; per fare lo spacchioso, ingaggio anche una tale Cenerentola affinché lavasse, cucinasse e stirasse per provvedere ai sette nani; Biancaneve era una donna moderna e non voleva fare un cazzo, o forse quello si.
Il piano B si componeva di due fasi.
La prima fase. Pinocchio si sarebbe gettato nell'oceano e sarebbe arrivato a Cuba trasportato da una balena dalla quale si sarebbe volutamente fatto inghiottire. I nani nel frattempo avrebbero scavato una galleria che dalla cantina del supremo, passando per lo stretto di Gibilterra, sarebbe sbucata direttamente sotto i capannoni del kamikaze. Il puparo avrebbe potuto percorrerla con la sua Giardinetta abarth. I nani cominciarono a scavare subito; picconare e spalare terra era lavoro duro, ma la sera tornati a casa Biancaneve li accudiva con amore. I nani mettevano i loro sette lettini uno accanto all'altro, Biancaneve vi si sdraiava sopra, concedendo tutti i suoi sette orifizi. Dotto e Mammolo si infilavano sotto la sottana, Eolo e Cucciolo le soffiavano sulle orecchie, Gongolo e Pisolo si riscaldavano con le narici, Brontolo è ovvio. Cenerentola nel frattempo, accudiva il fuoco, lavava i panni dei nani, preparava la colazione e scopava a terra. Pinocchio arrivato a Cuba avrebbe provveduto ad assumere un intero esercito di pupi; il puparo aveva infatti bandito un concorso per soli titoli in cui bastava inviare solo un CUrriculum BAstardo.
La seconda fase. I nani si sarebbero fatti assumere come masticatori di foglie di canna da zucchero e si sarebbero infiltrati fra gli operai. Cenerentola col curriculum che aveva, ma non senza la raccomandazione del puparo in persona, sarebbe stata assunta come ``bruciatore manager''; avrebbe fatto invaghire il kamikaze mostrandogli velatamente la zucca ed attirandolo, prima della mezzanotte, ad entrare nella sua carrozza. Il compito più difficile toccava però a Biancaneve. Il puparo non si fidava di nessuno nemmeno del Pavone; anche lui poteva essere coinvolto nel presunto complotto. Biancaneve doveva gettarsi in mare e quindi dopo essersi fatta salvare dal Pavone avrebbe dovuto subdolamente sedurlo per carpirgli il diario di bordo e la mappa del tesoro.
Raccolte le informazioni ed addestrato l'esercito di pupi, bisognava solo aspettare il momento propizio per sferrare l'attacco. I pupi, ignari del pericolo, si sarebbero lanciati in massa contro il kamikaze. Senza paura, guidati dai fili del puparo, sarebbero corsi incontro alla morte. L'esercito di pupi era comandato da quattro legatus: il passivo, il dissociato, il sultano ed appunto pinocchio. Il puparo utilizzava il mignolo e l'anulare della mano destra per muovere i fili del passivo, il medio l'indice ed il pollice della stessa mano per il dissociato. Il mignolo, il pollice ed il medio della mano sinistra comandavano invece i fili del sultano, le restanti dita, assieme al medio che era in comune, comandavano pinocchio che però a causa delle radiazioni di uranio viveva, in parte, di vita propria. In accordo alla struttura dell'impero romano, il più grande e complesso strumento di guerra mai ideato, i quattro pupi legatus avrebbero comandato una legione composta da dieci coorti, una per ognuna delle loro dita; ogni coorte sarebbe stata composta da 6 centurie di 69 centurioni.
I fili si sarebbero intrecciati in una complessa ed intricata ragnatela che solo i sensi di ragno del supremo puparo sarebbero stati in grado comprendere e districare. Le prede sarebbero rimaste inevitabilmente appiccicate ed intrappolate nell'apparentemente incomprensibile intreccio. Il supremo aracnide si sarebbe quindi avvicinato ed usando il suo opistosoma peduncolato ed i suoi cheliceri veleniferi ad uncino, avrebbe tramortito ed ucciso le vittime succhiando i loro liquidi interni con i pedipalpi, le piccole zampe a funzione sia sensoriale che copulatrice se le vittime fossero state femmine.
Tutto era pronto. I satelliti spia e google earth osservavano implacabili, ma c'erano tanti interrogativi. E se il software del sultano fosse stato attaccato da flotte di bachi da seta? I quattro pupi legatus sarebbero stati in grado di guidare l'esercito alla vittoria? Avrebbero avuto il coraggio di lanciarsi verso la morte pupando in prima linea?
La prima piccola prova sarebbe stata sufficiente per sferrare l'attacco finale.
Era tutto nelle delicate manine, cosparse di Nivea, di Cenerentola e Biancaneve. Avrebbero, le due donne, saputo fare il loro dovere?
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