I feel that ice is slowly melting

"se devo essere sincera.." "No! pecche mica... puoi dire pure una bugia no cioè siamo tutt'e due gli n'si... a coppia..non lo so cioé... resta" (Massimo Troisi: Scusate il ritardo)

"Little darling, the smile returning to their faces.
Little darling, it seems like years since it's been here." (George Harrison)

domenica 20 gennaio 2008

La fine del trium(e)virato: la mossa del kamikaze

Gli affari del kamikaze andavano alla grande. I suoi candelotti coprivano il trenta percento del fabbisogno mondiale di guerra. Il muscovado ed il rum alla ciliegia, allungati col bromuro, ristoravano i mercenari. I cubani andavano a ruba nei pochi paesi in pace e sempre con un buon motivo per far festa e botti. La domanda però stava cambiando; il mercato era pervaso dalla richiesta di nuovi tipi di esplosivo: bisognava cambiare per non essere saltati dalla tecnologia.
``U tempu passa a cira si squaggia e u santu non camina'', gridava il supremo ai sottoposti.
Il pavone ascoltando in silenzio pensava: ``U lupu i malacuscenza comu faci pensa!''.
Il tempo è tiranno. ``Carpe diem'' pensava il kamikaze e non solo lui.
La mossa giusta al momento giusto. Ma quale momento? Quale mossa? Muove la regina: sotto scacco il Re. Ma il Re è il Re ed il suo cavallo alza il Gennaker e mura a dritta improvvisamente vira a destra, copre la regina senza ucciderla. Il Re è salvo, è magnanimo, grazia la regina in balia dei pedoni affamati. Solo venti secondi! Il popolo vuole armi all'uranio impoverito. Lo avevano capito tutti e tre. In un pollaio tre galli sono troppi. Ne basta uno?

Il kamikaze anticipando tutti aveva preso contatti con un tale Peter Pan, un vecchio imbroglione che con degli avanzati sistemi anti-radar era riuscito a nascondere una intera isola: ``l'isola che non c'è''. Peter Pan aveva 76 anni ma ne dimostrava appena 12, da piccolo, mentre cercava di imitare Icaro, era rovinosamente precipitato su un isola che si raggiunge da Cuba seguendo la seconda stella ad est e battendo passi fino al mattino. Trovatosi da solo sull'isola, dopo aver imprecato per giorni, aveva scoperto in una grotta una vena di uranio arricchito. Le radiazioni dell'uranio avevano avuto su di lui uno strano effetto: lo avevano fatto restare bambino. Dopo anni di solitudine sull'isola Peter Pan era riuscito a costruire una zattera ed inoltratosi nell'atlantico si era imbattuto nel galeone del pirata che al tempo padroneggiava quei mari: il pavone. Il pirata lo aveva tratto in salvo dall'ingordo mare durante una tempesta e lo aveva trattato come un figlio. L'ingrato Peter però aveva tentato di farlo fuori lanciandogli contro un orologio col cinturino in pelle di coccodrillo. Il morso dell'orologio aveva tranciato la mano del pirata in soli venti secondi dei due caritatevoli minuti preventivati. Il tempo è proprio tiranno. Nonostante, la mutilazione il pavone era però riuscito a scappare, infilandosi in una scialuppa di carta fatta sul momento, con una sola mano, usando un foglio fabriano A4 del peso di 80 grammi al metro quadro. La mano, che non fu nemmeno gradita all'orologio, fu data poi in pasto ad una pianta carnivora. La pianta dopo averla gustata inseguì ed ancora oggi insegue il pavone per concludere il pasto. Dal giorno della mutilazione il pavone montò al posto della mano un attrezzo multifunzione con un uncinetto ed una navetta per il chiacchierino. L'attrezzo gli permetteva sia di realizzare centrini e pizzi sia di scassinare agevolmente i PC in cui era solito entrare: per questo egli è noto anche come ``Uncino''.

Peter Pan presa coscienza del potenziale economico dell'isola aveva deciso di sfruttare la vena per arricchirsi a spese dell'uranio arricchito. Per farlo aveva rapito centinaia di fanciulli in tutto il mondo convincendoli che erano bambini sperduti. Ogni tanto Peter Pan cospargeva i bambini sperduti con della polvere di uranio che brillava a causa dell'emissione di radiazioni; Peter la chiamava polvere di stelle e mentre cospargeva convinceva subdolamente gli sperduti a fare pensieri felici non meglio specificati. I bambibi restavano bambini grazie al potere della polvere di stelle e Peter Pan li usava come manodopera a costo zero per estrarre l'uranio dalle miniere. Nonostante l'impegno degli stati più evoluti del sistema solare, Peter Pan non fu mai condannato per sfruttamento del lavoro minorile: è pur vero che i bambini erano bambini, oltre che sperduti, ma per all'anagrafe risultavano maggiorenni e vaccinati.

Il kamikaze aveva chiuso l'accordo con Peter Pan per 50.000 tonnellate di uranio l'anno, per un prezzo di 33200 dollari americani più IVA a tonnellata. L'uranio così com'era però serviva a poco: per fare le armi bisognava impoverirlo. Serviva qualcuno in grado di portare a compimento la trasformazione.
La scelta del kamikaze cadde su un tipo noto con l'A.K.A. di Robin Hood.

Robin di Locksley era ritornato in Gran Bretagna dopo una rocambolesca fuga dalla prigione nella quale era stato rinchiuso a seguito della sua cattura, avvenuta durante una sfortunata crociata contro gli infedeli sodomiti. Tornato in patria, in dubbie condizioni psico-fisiche , si era invaghito di un travestito che nei sobborghi di Nottingham era noto come Lady Marian. Ella/egli, sfruttando la crisi da astinenza sessuale di Robin, lo aveva convinto a diventare un ladro, anzi il principe dei ladri: Robin infondo aveva nobili origini. Robin fece fortuna grazie ad una azzeccata mossa pubblicitaria e ad uno slogan vincente: ``Salve sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri''. Egli infondo era solo un brigante e non faceva altro che il suo onesto lavoro: rubava ai ricchi per mantenere alto il tenore di vita di Lady Marion e comprargli le supposte per il mal di testa.

Robin Hood aveva creato una industria di poverizzazione nella foresta di sherwood, addestrando alla guerriglia una comunità di derelitti. Sherwood al tempo pullulava di numerose fazioni di briganti. Robin Hood nonostante ciò era riuscito a mettere tutti d'accordo e soprattutto sotto il suo comando. Dapprima si fece amico un certo Little John, sfruttando un noto complesso del cazzo dei maschi: le dimensioni del pene. Aveva promesso a Little John di far aumentare la lunghezza del suo pene di 2-3 centimetri se lo avesse riconosciuto leader del suo gruppo. Dopo aver mantenuto la promessa e dopo che la voce dell'evento miracoloso si era diffusa per tutta Sherwood, aveva fatto lo stesso con gli altri capo branco facendosi però pagare da questi la cifra di 3000 sterline a prestazione. La tecnica infondo era semplice ma allo stesso tempo geniale ed efficace; l'aveva imparata durante la crociata in terrasanta da un sacerdote sodomita. Consisteva nel rasare i peli nella regione pubica, ottenendo così l'effetto di allungamento del pene di 2-3 centimetri.
Per portare a compimento il lavoro commissionato dal kamikaze, i briganti di Robin Hood assaltavano i battelli che trasportavano le casse di uranio. Robin Hood saltava quindi sul ponte di comando e lanciando una freccia ai piedi delle casse di uranio intimava: ``Salve sono Robin Hood rubo all'uranio arricchito per impoverirlo''. L'uranio arricchito, spaventato dai briganti, irradiava gran parte dei suoi averi impoverendosi irrimediabilmente e diventando un isotopo 235U.

A questo punto mancavano solo un moderno mezzo di trasporto, che non poteva essere il galeone del pavone, ed un ricettatore con idee chiare e metodi moderni, di certo non il supremo. Il kamikaze trovò entrambe le cose nel capitano Nemo.

Nemo era un vero uomo di scienza che non aveva particolari scopi lucrosi. I due si misero d'accordo per un forfait annuo di 7000 tonnellate di uranio, 20000 casse di muscovado e 8500 di rum alla ciliegia. L'uranio sarebbe servito a garantire l'energia necessaria ad alimentare il Nautilus, un sottomarino a propulsione ed armamento nucleare progettato e capitanato da Nemo in persona. Il muscovado ed il rum alla ciliegia sarebbero bastati per dissetare l'equipaggio. Il Nautilus, con il consenso degli Stati Uniti, avrebbe caricato le armi all'uranio impoverito direttamente a Guantanamo, sbarcandole infine nei porti più importanti del globo ed evitando così i pericolosi tratti via terra.

Il kamikaze in questo modo era riuscito, ad innovare il suo sistema produttivo tagliando fuori sia il pavone che il supremo, ai quali continuava, tuttavia, a far credere che la produzione di candelotti di dinamite e petardi fosse ancora l'attività principale. Ma occhi implacabili scrutavano dal cielo.

domenica 13 gennaio 2008

Il Kamikaze al chiosco Cubano

Circa due anni fa nei lunghi corridoi del bordello-università si aggirava un tipo alto, robusto e grosso più del lunatico, anche se mangiava meno. Aveva un'andatura barcollante e lo sguardo perso nel punto in cui si incontrano le rette parallele. Per fare amicizia lo invitammo a venire con noi in un malfamato locale dell'Avana; accettò di buon grado. La sera arrivati nel posto ci sedemmo ad un tavolino io, il losco, il lunatico, il pavone ed il kamikaze. Una donna franco-brasiliana di bell'aspetto si avvicinò senza considerarci nemmeno di striscio e getto sul tavolo malfermo cinque foglietti macchiati di birra. Senza neanche guardarci scappò via. Tutti afferrammo i pezzi di carta alla ricerca del prelibato nettare che ci avrebbe dissetato. Dopo circa 20 minuti, la bella cameriera ritorno e disse con gli occhi chini sul blocco delle ordinazioni e voce roca: ``Che prendete?''. Il lunatico disse: ``un mojito''; io: ``un cuba libre''; il losco: ``un Avana Special''; il pavone: ``una Hatuey''; infine il Kamikaze: ``un distillato alla ciliegia''. La giovane donna giro di scatto le spalle e fuggi verso il bancone del bar lasciandoci dietro ad ammirarla; il lunatico le gridò: ``dei poc corn''. Ebbi due o tre secondi di sorpresa. Non capivo. Poi l'illuminazione; dissi al Kamikaze: ``vedi che il distillato alla ciliegia non è succo di frutta ma alcool puro al 99\% con un impercettibile aroma di ciliegia''. Il Kamikaze mi guardò con un intimidito sguardo bambino e dopo tredici secondi riuscì a dire: ``Ah''.
La brasileira arrivò e senza degnarci di uno sguardo fece scivolare il vassoio con le bevande sul tavolino sgattaiolando fulminea tra le sedie. I bicchieri erano tutti tozzi, grossi e scuri tranne quello del Kamikaze che era un piccolo Ballon, delle dimensioni di una biglia di vetro, fatto apposta per non disperdere i residui profumi di ciliegia: il contenuto era più trasparente dell'acqua distillata. Il Kamikaze alla vista del piccolo bicchiere restò interdetto, poi afferro il lungo gambo con la punta del pollice e dell'indice e lo avvicinò alle labra. La degustazione si fermò all'annusamento; i ricettori olfattivi infatti morirono sul colpo corrosi dai fumi dell'alcool. Disse: ``Ma non sa di ciliegia''. Lessi negli occhi del Kamikaze una forte incertezza e per paura che si facesse esplodere lo anticipai dicendo: ``Prenditi qualche altra cosa, quello lo bevo io''. Gli consigliai un guarapo; non sapeva cos'era ma accetto lo stesso il mio consiglio e dopo averlo gustato rimase soddisfatto. Mi chiese cosa fosse ed io gli dissi è un succo fatto con la canna da zucchero. Da quel giorno la sua vita cambiò; abbandonò tutto e spese tutti i soldi della borsa di dottorato per comprare una cubana distesa. Lavorò duramente, arò ed annaffiò. Le canne da zucchero dopo tre mesi germogliarono rigogliose, dirigendo le loro foglie verso il caldo sole cubano. Per il Kamikaze le canne da zucchero erano come il cerdo per il lunatico: non si butta proprio niente. Era riuscito a mettere su un rivoluzionario sistema poli-produttivo.
Il fusto delle canne da zucchero veniva utilizzato come involucro per realizzare candelotti di dinamite, con le foglie essiccate ed intrecciate si realizzavano le micce. La polpa della canna si lasciava fermentare, per 2 o 3 giorni e se ne ricavava una bevanda a metà strada tra la birra e il vino dolce: il muscovado. I resti della fermentazione venivano a loro volta distillati assieme a delle ciliegie per ottenere rum alla ciliegia. I pochi residui solidi di quest'ultima procedura venivano infine utilizzati come stoppini per i candelotti di dinamite. Con le canne di diametro minore il Kamikaze produceva ``i cubani'', che non sono i sigari, ma una sorta di pericolosi petardi che in occasione del capodanno andavano a ruba. Per esportare i candelotti, i petardi, il muscovado ed il rum alla ciliegia dovette scendere a compromessi con il pavone, che all'epoca era il più grande pirata informatico che imperversava nell'oceano Atlantico.
Il pavone trasportava clandestinamente ma col benestare di Fidel, direttamente dalla Cina, la polvere da sparo necessaria a costruire i candelotti di dinamite ed i petardi. Nel viaggio di ritorno da Cuba verso l'Europa, sempre clandestinamente, trasportava nascoste nella stiva del veliero intel dual albero due duo (un ottalbero in sostanza), le casse di rum alla ciliegia e di muscovado prodotte dal Kamikaze. Il supremo le avrebbe infine piazzate facendole prima sbarcare al porto di Catania usando il suo open 60HP, portandole poi in un conto deposito svizzero non controllato. I guadagni sarebbero quindi stati versati in una sicura banca virtuale dell'isoletta dell'atollo di Laamu realizzata dal Kamikaze in persona usando tutte le più moderne tecniche di sicurezza ed anti-intrusione informatica. Gli affari andavano bene ed il Kamikaze decise di fare fuori i suoi collaboratori. Non aveva fatto però i conti ne con il supremo, che come lo aveva creato poteva distruggerlo, ne con il pavone che era riconosciuto da tutti come il più grande pirata informatico che avesse mai solcato i mari.

La dieta

Io dico una delle mie minchiate tipo:''...una ricerca affannosa di cibo come se ci fosse un buco da riempire...``.
Chi decide di mettersi a dieta.
Con il losco, accompagnati da un allegro e ritmicamente altalenante ritornello, ci guardiamo in faccia e non riusciamo a smettere di ridere.
Il Kamikaze dice ''io sono più grosso di lui ma mangio meno``.
La pianta carnivora, in silenzio, divora tutto e tutti e complotta contro il supremo ed i suoi scarni sottoposti.

Eravamo io, Fidel, il losco, il lunatico, il postino et dulcis in fundo la lasciva all'osteria la ``comida''. La specialità della casa per tutti: il cerdo adentro la yuca; come al solito.
Il postino stava andando ad ordinare quando il lunatico, con agitato fare inconsulto, lo aggredisce dicendogli: ``Sei un coglione! Sei un coglione! Io ho sempre preso un insalata! Voglio la solita insalata non quell'impasto di potassio, proteine e carboidrati del cerdo adentro la yuca! Io ci tengo alla mia salute!''. Alla fine della frase, con il calmo fare pacato che lo contraddistingue, sferrò un pugno diritto sul naso del postino facendogli rientrare il setto nel cervello ed uccidendolo sul colpo. Finì lui le ordinazioni, poi tornò a sedere; una cameriera intanto aveva gettato il corpo esanime del postino sul ciglio della strada e puliva le ultime chiazze di sangue miste a molliche di pane per evitare che il gres porcellanato del pavimento si macchiasse irrimediabilmente. Arrivarono le pietanze; prima la specialità della casa, l'insalata arrivo un minuto dopo. Il lunatico mi sedeva accanto. Avevo appena inserito il coltello nella yuca quando mi accorsi che il cerdo si muoveva di moto proprio. ``Cazzo è ancora vivo'', pensai; mi voltai a destra e mi accorsi che il lunatico aveva cominciato a mangiare, nel mio piatto, prima di me. Con un coltello ed una forcone era intento ad affettare il mio stinco di cerdo. Il lunatico è pericoloso così com'é, figuriamoci con un coltello in mano: decisi di fare finta di niente e lui continuo indisturbato a mangiare il cerdo fino all'arrivo della sua insalata. Il pavimento era di nuovo pulito ed asciutto; tutto era tornato alla normalità. I cani avevano cominciato a divorare le carni del postino ed il cameriere stava arrivando imbracciando il piatto con l'insalata. Furono tre metri interminabili. Il lunatico fissava e scrutava il piatto e le cibaglie in esso contenute. C'erano: tre fette di prosciutto magro di cerdo nero, sei pezzi di mozzarella fatte con latte fresco di nutrice cubana, quattro foglie di Cichorium intybus miste a cubetti di canna da zucchero e mais bollito nel burro (fatto sempre con latte di nutrice cubana). Nell'angolo due teneri cuori di palma guarniti con del rum alla ciliegia, delle fettine di carote, radicchio e yuca bollita adornavano la romantica scena. Ricevuto il piatto il lunatico fisso minacciosamente il cameriere che spaventato chiese: ``Desidera altro signore?''. Il lunatico rispose: ``Si! Una ciotola d'olio extra vergine di semi di girasole, del sale, del pepe ed una forma di pane bianco di circa un chilo e mezzo''. Il cameriere arrivò subito portando quanto richiesto dal lunatico. Finalmente potevo mangiare: eravamo solo io ed il mio rancio, o quello che ne era rimasto. Il lunatico mangiò avidamente l'insalata in pochi secondi, spezzo la forma di pane con le mani unte e la ingoio morta affogata nell'olio. La ciotola dell'olio luccicava come se fosse stata lucidata con smac brillacciaio, ma era rimasto un tozzo di pane di circa 118 grammi: il lunatico decise di condirla con i brandelli di carne appiccicati sui rimasugli ossei nel piatto del losco ed ingrassarla strofinandola nel mio bisunto piatto. Ingoiò quell'ultima fetta senza che essa si accorgesse di essere circondata da un canale rivestito di papille gustative.
Eravamo tutti senza parole, la forza di volontà del lunatico nel rispettare la dieta era dirompente, ci aveva travolto: volevamo metterci tutti a dieta..
Il losco, a questo punto, posò il lunatico sulle sue gambe e battendogli le spalle aspetto pazientemente che facesse il ruttino; ci volle un po dato che non aveva neanche ordinato la sua solita Bucanero triplo malto.

Il desiderio

A sedici anni avevo appena preso coscienza del fatto che ero rincoglionito, quando una frase cambio totalmente il mio modo di guardare le cose. L'ho letta in un libro di filosofia che oltre alle interpretazioni incomprensibili dei grandi critici conteneva anche la semplice traduzione del testo originale che mi piaceva interpretare da solo. Nella mia, spero esatta, traduzione Kant affermava pressappoco quanto segue: ''...noi conosciamo delle cose solamente l'a priori che noi stessi vi poniamo nell'atto stesso di conoscerle...``. Per chi ha fatto il liceo, e questa frase l'ha sicuramente saltata a priori, essa fa parte della ''Critica della Ragion Pura``. La frase, che per un paio giorni di meditazione mi sembrò oscura, per fortuna poi si mostrò a me in tutta la sua offuscata chiarezza (ovviamente secondo il modo in cui io volevo interpretarla). Mesi dopo mi capitò di leggere un libro su Einstein, per fortuna composto prevalentemente da missive ad amici e non da astruse formule e simboli matematici: ''Come io vedo il mondo``. Poveraccio Einstein! Ha fatto l'errore di chiamare la sua più grande opera ''Relatività generale``; tutti interpretarono la cosa come ''tutto è relativo`` (cosa che invece aveva affermato, ben quattrocento anni prima, Galileo Galilei). Non sono stato in grado di comprendere la Relatività Generale e forse neanche quella ristretta, ma credo che Einstein abbia dimostrato o volesse dimostrare proprio il contrario e cioè che esisteva un sistema di riferimento o più semplicemente un punto di vista dal quale tutte le cose non sarebbero state relative ma semplicemente quello che erano. Ma allora perché ad alcuni di noi piace il rosso, ad altri il verde ed a me il blu? Visto che esiste un punto di vista dal quale le cose sono solamente quello che sono, perché non piace a tutti lo stesso colore e quindi perché non piace a tutti il blu? Arrivai alla conclusione che soffriamo tutti, con diversi gradi di sfumatura, di daltonismo cronico. Sia le frasi di Kant che di Einstein, in questo modo, mi quadravano e fui tanto contento che festeggiai con quattro bicchieri di vino di pachino, prodotto da me, ed un pacco di tarallucci di una nota biscotteria cubana. Pochi mesi dopo capii che era molto meglio inzuppare i Colussi nel latte munto con le mie stesse mani. Dopo il terzo bicchiere di vino, ero giovane, purtroppo la mia mente malata ed annebbiata dai fumi dell'alcolico nettare partorì un'altra assurda domanda: ''non è che, a causa del daltonismo cronico, alla fine desideriamo tutti la stessa cosa?``. Questa cosa, che tutti desideravamo la stessa cosa mi tormentava; mi sembrava una giustificazione alla guerra, alla lotta tutti contro tutti. Tutti desiderano la stessa cosa ma solo uno può prendersela quella cosa. Non pago mi chiesi: cosa sarà mai questa cosa? Se la desiderano tutti allora la desidero pure io e quindi se so cosa desidero so che cosa è. In realtà, non ho mai capito cosa fosse questa cosa che tutti desideriamo; anzi adesso mi sono convinto che non voglio niente.
Forse è questa la ragione della lotta tutti contro tutti: nessuno sa quello che desidera o meglio quello che vuole. Purtroppo ancora oggi, non pago, continuo a farmi tazze di tarallucci e Donna Fugata o, se ne ho, di Colussi e latte appena munto; mi sono chiesto: ''ma perché non si sa quello che si vuole?``. Questa volta però, per fortuna, mi sono risposto in tre minuti.

Un bambino nasce ed inizia a sperimentare l'ambiente, che è quello che è (Kant voleva dire proprio questo secondo me). Ha fame, quindi piange. L'intervento della madre nutre la creatura. La fame si presenta quotidianamente per mesi. La madre, ogni volta che il bambino piange, lo nutre. Non gioca con lui, non lo trastulla in braccio, non lo coccola: lo nutre. Ogni segnale del bambino viene interpretato dalla madre come una necessità di essere sfamato. Il bambino cresce. Quando è triste o fa i capricci la madre lo calma con un cioccolatino anziché prenderlo in braccio o giocarci. Il bambino inizia a chiedere sempre dolci e cioccolatini, delle carezze non sa che farsene. Il bambino interpreta quindi una sua necessità di affetto come desiderio di cibo, del cibo preferito, quindi tende a cercare questo. In pratica si è verificato uno spostamento tra il desiderio, ad esempio di coccole, ed il desiderio di un cioccolatino. Quindi il bambino desidera cibo per soddisfare un bisogno completamente diverso. La mancata soddisfazione del bisogno causata dal desiderio dell'oggetto sbagliato, porta ad una ricerca affannosa di cibo come se ci fosse un buco da riempire, come se ci fosse una lacuna incolmabile.

In sostanza, il desiderio iniziale diventa la base per successivi desideri:

necessità di essere sfamato -----> desiderio di una tavoletta di cioccolato al latte con le nocciole tostate -----> desiderio di denaro per acquistare la tavoletta di cioccolato al latte con le nocciole tostate -----> ricerca di un lavoro per guadagnare il denaro -----> annientamento di qualcun'altro per ottenere il lavoro migliore ecc..

La catena di desideri cresce a dismisura ed alla fine non ci si ricorda più neanche da quale desiderio si è partiti. Quindi si finisce per annientare qualcuno senza neanche riuscire a soddisfare l'ormai dimenticato desiderio di una tavoletta di cioccolato al latte con le nocciole tostate.

Meno male che a parte la tavoletta di cioccolato al latte con le nocciole tostate, preferibilmente Lindt oro, non voglio niente!

martedì 8 gennaio 2008

Le sette sfere del drago shenron

Le sette sfere del drago furono create dal Supremo, in persona, durante una sua vacanza a Cienfuegos, gli servirono per coprire un suo flirt (Forward Looking Innocuous Relationship Technique) con una gomma da masticare. Sono sferette dal colore arancione con delle stelline rosse; permettono, una volta riunite, di far apparire il drago Shenron, capace di realizzare qualsiasi desiderio. Le sfere si possono distinguere dal numero di stelline, da 1 a 7, che vi sono impresse; hanno i seguenti nomi in ordine crescente di stelle: Isshinchu, Ryanshinchu, Sanshinchu, Sushinchu, Ushinchu, Ryushinchu, Chishinchu.
Si sa che il postino deve morire sempre due o più volte. La sadomasochista vuole riunire le sfere con la speranza di poter esprimere il desiderio di riportare in vita l'amato portalettere. L'impresa sembra impossibile e la sadomasochista per buon augurio ha acquistato trenta casse di Amaro Montenegro ed ha cominciato a consumarle. In preda alla disperazione, ed alla cirrosi epatica, ella si avvicinò con una cassa dell'amaro al mio giaciglio e offrendomi anche le sue grazie mi chiese profezia. Le dissi: "...sorseggia l'amaro nettare o oppressa mentre ascolti il mio responso". A questo punto entrai in trans e proferii quanto segue che è stato trascritto dal migliore degli "amanuensi" il lunatico detto anche manolo:

"Ti svelerò la sfida che dovrai affrontare,
con l'altro e con te stessa dovrai lottare.
Per mancanza due ne ha rubato,
per questo esso si è dissociato.
Il petroliere con un fallimentare piano
l'ha senza dubbio comprata invano.
Il manto nero dovrai schiacciare
e dalla punta dovrai strappare.
Dell'imponente l'unico gioiello,
riposto alla base è del piedistallo.
Dovrai distrarlo con un inchino,
mentre giochi col suo bambino.
Ma stai attenta che poi da grande,
rigurgiterà come un lattante.
C'è una chioccia nel pollaio,
nessun gallo per il guaio.
Un solo istante avrai al giorno,
per le due prima del ritorno.
Congiunte le sfere dovrai tornare,
e del buon vino dovrai donare.
Ma stai attenta non cantare,
se le gesta non vuoi vanificare."

Non ho idea di quello che ho profetizzato in trans. Vi chiedo di aiutare la sadomasochista nel decifrare le strofe al fine di trovare le sfere del drago e riportare in vita il postino. Commentate!!!!!!!

venerdì 4 gennaio 2008

Il Maestro (Una storia di Natale)

“Oh oh oh! Baciatemi il culetto, piccoli mostriciattoli!”

Un omaccione canuto, con in dosso una gualdrappa rossa, sorseggiava un cognac sprofondato in una enorme poltrona. Guardava, un pino intero arrostire dentro un monumentale caminetto, i suoi pensieri vagavano seguendo il ritmo dello scoppiettio.

“Oh oh oh! Baciatemi il culetto, piccoli mostriciattoli!” ripeteva, con una voce cavernosa.
Arrivarono degli esserini, vestiti di verde e con le orecchie a punta. Uno di loro, a nome Patch disse: “E' di nuovo ubriaco!”
L'omaccione, ingollò un altro sorso di cognac e spinse con il piede fasciato da stivali di stoffa rossa, il pino nel fondo del caminetto. La fiamma si rianimò, una lingua di fuoco si rizzò e si contorse come un serpente, una pigna scoppiò e le scintille finirono su un antico tappeto arabo.
“Oh oh oh! Baciatemi il culetto, piccoli mostriciattoli!”
“Prima o poi, il vecchio manderà sta baracca in fiamme!” evidenziò Patch, mentre soffocava i focolai sul tappeto.
Il più saggio degli esserini, Pucth, con le mani conserte dietro la schiena si avvicinò al vecchio: “Scusi signore, la slitta è pronta! Le renne sono state foraggiate. I regali sigillati e posti nel sacco. Manca solo lei! Le faccio notare che è tardi!”
“Brutto nano, taci! So io quando è ora di partire!” disse il vecchio, e versò nel capiente bicchiere dell'altro cognac, poi bevve avidamente.

Erano le 23:45 del 24 dicembre, anno domini 2007. Al polo nord faceva un freddo cane, le renne scuotevano la testa cornuta, sbuffando dal naso polvere d'orata sotto forma di vapore.
Tre giorni prima, ore 23:45. In un bar dell'Avana un misterioso individuo tracannava birra e si ingozzava di patatine fritte. Aspettava impaziente, la venuta della sua cricca, intanto leggeva su un giornale, che quello del 2007 sarebbe stato il Natale più ricco della storia. Babbo Natale, festeggiava il rinnovo del contratto con la Coca Cola, avrebbe per quella occasione sbalordito tutti.
Tre tipi si avvicinarono al misterioso individuo, “eccoci Maestro!” dissero all'unisono. Difatti erano tre gemelli, Nip Nop e Nap o meglio conosciuti come i gemelli Derrick.
Erano famosi nel ambiente del borseggio, la loro catapulta infernale aveva fatto storia tra i ladri dell'Avana.
Nip e Nap correvano ai lati della vittima, mentre Nop li precedeva di due tre metri. Quando era il momento, Nop si lanciava a terra scivolando sulla schiena e tirando su i piedi a mo di trampolino. Nip e Nap, si smarcavano dalla vittima e raggiungevano il fratello che nel frattempo aveva ridotto di parecchio la sua velocità. I due saltano sopra i piedi di Nop e piroettando a dieci metri da terra, ripiombavano sulla vittima come falchi sulla preda: gli arraffavano tutto, anche le mutande se erano firmate. Poi scappavano urlando goooooaaaaal!

Ma chi è il Maestro?
Vi ricordate dell'Incognito? Vi ricordate che avevamo promesso di dire tutto su di lui? Beh, che Dio ci assista!
L'AKA Maestro, gli fu assegnato tanti e tanti anni fa....
Alcuni dicono che molto tempo fa, durante la stesura della divina commedia, Dante dentro una cella umida e spoglia, si lasciò scappare uno sternuto. Lo scoppio echeggiò per tutto il monastero, svegliando i monaci. Una scarsa teoria di coraggiosi, avanzava lentamente per i bui corridoi dell'ala nord; solo la fiamma di una torcia, in mano all'Abate, tremolava nell'oscurità. Col pugno chiuso, l'Abate picchiò due volte alla porta dell'Alighieri, passarono venti secondi circa e il divino poeta fece entrare i monaci. La cella era illuminata da una candela, che sfrigolava su un tavolaccio, sul quale c'era un disordine di fogli, una penna d'oca e mezzo bicchiere d'inchiostro. L'Abate fissò negli occhi Dante e esitante disse: “Salute Maestro!”
Il Maestro, anni dopo scappò da quel monastero, teneva sotto il braccio il bottino che il sommo poeta aveva racimolato, vendendo quel popò di commedia alla Mondadori. S'imbarcò a Genova come mozzo, su un cargo battente bandiera Niberiana; fece tre volte il giro del mondo perdendo i soldi in scommesse e battone di terz'ordine. Finalmente sbarcò a Cuba e s'iscrisse all'Università-Bordello dell'Avana, alla facoltà di giurisprudenza.

Avana, ore 23:47 del 21 dicembre. Anno domini 2007.

“Allora, il piano è il seguente. Nop tu ti occupi degli elfi, Nip e Nap voi pensate alle renne e alla slitta. Io, me la vedrò direttamente col pancione!” Il piano era stato organizzato nei minimi dettagli. Il gruppo uscì dal bar, l'Oracolo dell'ovest segnò le consumazioni sul conto di Turi Turi Turi.
Impiegarono tre giorni per giungere al polo nord. Erano le 23:47, del 24 dicembre, anno domini 2007, quando Nip e Nap aggredirono le renne che stazionavano davanti la dimora di Babbo Natale. Il Maestro e Nop, entrarono in quella reggia passando dalla porta centrale. Un lungo corridoio e poi una sala enorme, dove due rampe di scale, una a destra e l'altra a sinistra, salivano curve verso il piano superiore.

Rumore di passi!
Nop si acquattò dietro un mobile, il Maestro fece finta di nulla, era abile a camuffarsi!
Gli elfi scendevano una delle due rampe di scale, Pucth scuoteva la testa mentre Pacth sospirava di quando in quando. Nop, li aggredì alle spalle, imprigionandoli dentro un sacco di yuta.
“Il vecchio deve essere su!” disse al Maestro, questi smise di fare finta di nulla e salì i gradini della scala destra a tre a tre, e gli ultimi quattro a due a due!
Babbo Natale era sprofondato nel tipico sonno dell'ubriaco,russava animalescamente.
Il Maestro gli scivolò accanto, da una tasca estrasse un pugnale affilato, lo strinse con tutte due le mani e mirò al pancione di Babbo Natale. Con tutta la sua forza, il Maestro vibrò il fendente e .......

Erano le 00:01 del 25 dicembre. Anno domini 2007. Ci eravamo riuniti tutti alla Taverna delle Fate. Il Profeta stava raccontando una storia di Natale, ma sul più bello crollò in trance sotto l'effetto di tre pinte scure. Il Pavone e il Lunatico ne approfittarono per sgranchirsi le gambe, mentre il Losco si accese una sigaretta. Turi il ternario andò in bagno, dicendo che un rotolo di carta igienica prima gli aveva fatto l'occhiolino. Il Kamikaze smanettava sotto il tavolo con della nitroglicerina.
Il postino entrò nel bar, affannato ci disse che nei cieli dell'Avana era apparsa una stella cometa. Noi tutti, ci catapultammo fuori e puntammo il naso all'insù. Era una notte stellata, una striscia luminosa la rigava, disegnando una parabola. Noi tutti, manifestammo il nostro stupore con un prolungato: wooooow! Uno per volta esprimemmo un desiderio, poi ci avviammo festosi per le strade dell'Avana, col cuore pieno di gioia e con la consapevolezza che Turi il ternario avrebbe, anche questa volta, onorato il conto.

Verso le 00:15 del 25 dicembre, anno domini 2007, nei cieli scuri dell'Avana si udirono suoni di campanelli e una voce rauca che gridava: “Oh Oh Oh.....Baciatemi il culetto piccoli mostriciattoli!”.

mercoledì 2 gennaio 2008

Ossessione (Dialogo semiserio sulla gelosia)

“C'è una diretta relazione tra ossessione e legge di Hook. Quest'ultima, la legge di Hook, sancisce una lineare dipendenza tra la deformazione di un corpo e la forza applicata ad esso, ovviamente fino ad un certo punto. Da lì in poi, le deformazioni sono inequivocabilmente perenni. Continuando ad assoggettare il corpo alla forza, si giunge a un punto di rottura: il corpo si spezza nella zona in cui è massimo il suo assottigliamento. In egual modo, l'ossessione stressa il sistema nervoso di un individuo, fino a scagliarlo nel bisso della follia......”.
La macchinetta del caffè disse: “....prelevare!”. Il Losco le infilò la mano nel ventre e ne estrasse un bicchiere di caffè fumante. Poi assieme al Pavone e al Profeta, si spostarono in fondo al corridoio; il Losco si accese una sigaretta e sbuffò il fumo attraverso la fessura della finestra.
Era un tardo pomeriggio cubano in quell'Università-Bordello.
Il Profeta continuò la sua tesi: “...l'ossessione è uguale al prodotto tra la radice quadrata dell'inverso dell'occasione, e il doppio della gelosia. Una mancata occasione, fomenta la gelosia e irrobustisce l'ossessione: il sistema nervoso si sfibra, le sue elongazioni diventano anelastiche. L'individuo, annebbiato da una gelosia ossessiva, deraglia dai binari della razionalità, cava una rivoltella e la punta contro quell'occasione mancata: 'Muta puttaaaaaana! T'ammaaaaazzu'! E' chiaro?”.
Il Losco sbuffò dell'altro fumo, fissò il Pavone e insieme annuirono!

La macchinetta del caffè disse: “...due palle e lungo...prelevare!”. Il Lunatico le infilò la mano nel ventre e ne estrasse un bicchiere di caffè: lungo e con due dosi di zucchero!
Si avvicinò ai tre e chiese dei chiarimenti al Profeta.
“Mettiamo il caso che la tua ragazza e un tuo amico...”, ma il Lunatico lo troncò subito: “..caro mio, fai un altro esempio. Io non sono geloso!”
“Allora, mettiamo il caso che la tua assenza di gelosia, infastidisca la tua ragazza. Questa si comporta in modo affettuoso con un tuo amico o chiunque sia, esclusivamente per testare il tuo amore. Tu che non sei geloso, tranquillamente, utilizzando le buone maniere vai da lei e le comunichi il tuo punto di vista, ovvero:'..io non sono geloso, ma certi atteggiamenti non mi vanno'. 'Bingo!' fa lei e continua col suo piano. Ecco che hai perso un'occasione per manifestarle le tue vere sensazioni:'..cazzo, non mi va che ti strusci con quello!'. Ti incupisci e ti incazzi sempre di più, perché lei continua a strusciarsi proprio con quello, ma tu non sei geloso....”.
La macchinetta del caffè disse:”..passa a prendermi alle nove e mezza...prelevare!”. Turi Turi Turi le infilò una mano nel ventre e dopo un po ne estrasse un bicchiere di cioccolato.

“...Arriva il momento in cui tu incominci a seguirla, perché non ti fidi. Un giorno, la vedi entrare, proprio con quello, in un motel. Che fai?”.
Il Lunatico non rispose subito, ci furono dieci secondi di silenzio, il tempo necessario affinché Turi il ternario consumasse la sua cioccolata calda, baciasse sulla fessura delle monete la macchinetta del caffè, ricordasse a quest'ultima che andava a prenderla per le nove e mezza, e ritornasse al posto di lavoro.
Digrignando i denti, con la faccia chiazzata di rosso e gli occhi iniettati di sangue, il Lunatico disse: “..Io non sono geloso!”.
Il Losco spense la sigaretta e fece cenno al Pavone di andare, la situazione stava diventando pesante.
Ed ecco che spuntano la Lasciva e il Sautino.
Lei avvolta da un cappottino arancione, con le unghie masticate da poco e stretto al petto un fascicolo di burocrazia d'annata. Lui, il Sautino, con un condensatore elettrolitico per le mani. I due girarono l'angolo chiacchierando a distanza ravvicinata, senza accorgersi dei quattro in fondo al corridoio.
Non se avete mai visto un film western: una lunga strada deserta e polverosa, due pistoleri agli antipodi, il sole a picco e al cuore Ramon, al cuore....
Il Lunatico fissò intensamente il Sautino negli occhi, poi diresse lo sguardo sulla Lasciva e la vide ridere sotto i baffi.

“...te lo dico io quello che succede..”, continuò il Profeta.
“Tu entri nella stanza del motel, sfondando la porta e brandendo una 44 magnum. Fissi i due amanti e scopri che giocano a monopoli. Questo ti manda in bestia. Punti il revolver, e fai fuoco contro Vicolo Corto, buttando giù lo schieramento di casette verdi, facendo volare le carte dell'imprevisto. Lei scappa tre caselle più in là, dicendoti non è come pensi. Lui deve saltare il turno. Tu giri la carta delle probabilità e leggi: 'Muta puttaaaaaana! T'ammaaaaazzu!'. Ecco cosa succede!”.
Il Sautino si scrollò di dosso lo sguardo del Lunatico e infilando la mano nel ventre della macchinetta del caffè, porse il bicchiere alla Lasciva.
Il Lunatico si rivolse al Profeta, coprì quei venti centimetri tra la sua faccia e quella del collega, e grugno a grugno proferì verbo:”...io,non sono GELOSO!”.
Come una mandria di gnu percorse il corridoio, passò vicino al Sautino e alla Lasciva, girò l'angolo e sparì dentro il dipartimento.
La Lasciva finì di bere il caffè e scappò verso le scale, liberandosi dell'impaccio del Sautino. Uscì all'aria aperta e si senti sollevata. Poi un pensiero le sbocciò in testa, lo assaporò a lungo e salendo in macchina sorrise, questa volta spalancando la bocca. Lei era diventata una prima donna!